La mostra “Dog Days Bite Back” di Oliver Ressler
Al Belvedere 21 di Vienna la mostra dell’artista-attivista Oliver Ressler, fino al 2 giugno
La pratica artistica e attivista di Oliver Ressler (Knittelfeld, Austria 1970, vive e lavora a Vienna) si basa sulla convinzione che le condizioni sociali possono essere cambiate. Secondo Oliver Ressler: “Non si deve smettere di lottare per un pianeta vivibile”. Da circa trenta anni l’opera di Ressler ha come focus gli aspetti più impellenti della democrazia, dell’economia, della migrazione e dell’ecologia. Lo scopo dell’artista è evidenziare le cause strutturali, le forme di resistenza e le opzioni dell’azione. Ma il suo lavoro non si limita alla critica e all’accusa, rende plausibili alternative sociali e possibili soluzioni.

Dopo la mostra a Roma nello spazio di The Gallery Apart, Defending the Future, Ressler espone a Vienna al Belvedere 21. La mostra Dog Days Bite Back di Oliver Ressler riunisce video e foto degli ultimi anni che affrontano i problemi della crisi climatica nella loro complessità economica, politica e sociale che vengono messi in relazione con i movimenti per la giustizia climatica attivi a livello internazionale.
Gli effetti della crisi climatica sono ora evidenti in tutto il mondo. Mentre le politiche climatiche falliscono e il cambio di paradigma nei sistemi economici globali è in forte ritardo.

Oliver Ressler crea installazioni, progetti nello spazio pubblico e film sull’economia, la democrazia, il razzismo, la disgregazione del clima, le forme di resistenza e le alternative sociali. Ha realizzato finora quarantadue film che sono stati proiettati in migliaia di eventi di movimenti sociali, istituzioni artistiche e festival cinematografici. È risultato vincitore dell’International Media Art Award dello ZKM di Karlsruhe e del Prix Thun for Art and Ethics Award 2016.
L’artista documenta azioni di disobbedienza civile e le sue opere sono anche una riflessione sul suo ruolo di partecipante coinvolto e, allo stesso tempo, di ricercatore artistico. Si deve il titolo Dog Days Bite Back a un fotomontaggio dell’artista che si riferisce a una dichiarazione del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres secondo il quale l’estate del 2023 è stata la più calda dall’inizio delle misurazioni: “I giorni canicolari dell’estate non solo abbaiano, ma mordono .”

L’opera Dog Days Bite Back (2023), che dà il titolo alla mostra, è una delle diciotto fotografie della mostra. Una foto che non ha bisogno di spiegazioni e che morde la coscienza dell’osservatore.
Spesso le sue foto sono accompagnate da un breve testo. Il suo linguaggio è quello dei manifesti di protesta, che pongono in evidenza l’urgenza dei problemi. Alcune fotografie sono diventate installazioni in spazi pubblici mentre un’altra è stata utilizzata come adesivo per una campagna per la riduzione del traffico aereo.

Lo slogan “A-Anti-Anticapitalista” è spesso gridato durante le manifestazioni. Nel suo video omonimo, Oliver Ressler combina filmati ritrovati e quelli di azioni di vari movimenti di protesta, come Ende Gelande e Occupy, le mobilitazioni contro i summit del G7, del Regno Unito e del G20. Variando il ritmo, la velocità, il volume e grazie al montaggio l’artista evidenzia l’elemento comune di uno slogan che è espressione collettiva. La gente che protesta è unita. Il successo futuro dei movimenti per la giustizia climatica dipenderà anche dalla capacità di stringere alleanze con altri movimenti sociali che lottano contro l’oppressione etnica, coloniale o di genere e contro condizioni di lavoro divenute, in molte aree del mondo, inaccettabili.

La visione di questo video a due canali, Climate Feedback Loops (Circuiti di feedback climatico), è scioccante. Andrebbe proiettato in tv, nelle scuole e nelle stanze del potere. Forse non molti sanno che le temperature nell’Artico stanno tragicamente aumentando 5-7 volte più velocemente della media globale. Le isole Svalbard (tra la Norvegia settentrionale e il Polo Nord in gran parte disabitate) sono forse il luogo con il surriscaldamento più rapido dell’intero pianeta. Il ghiaccio marino artico delle Svalbard sta scomparendo a un ritmo di circa il 13% ogni decennio. In piena estate il ghiaccio marino delle Svalbard si scioglie quasi completamente.
La perdita di questo ghiaccio bianco, che riflette la luce, aumenta l’assorbimento della luce solare da parte del mare e delle rocce, portando a sua volta all’aumento delle temperature. Questo effetto è noto come “amplificazione artica”. È davvero impressionante vedere le immagini a confronto dello stesso luogo nel 2022 e 20-30 anni fa: intere aree bianche ghiacciate oggi sono tragicamente nere. Non ultimo il forte riscaldamento scongela quantità di metano chiuse nel suolo del permafrost e tali gas aumentano ulteriormente le temperature. I suoni del collasso dell’Artico nell’installazione sono la controparte acustica al collasso della struttura della vita, già iniziato.

Progetti per il 2050. L’aeroporto di Graz (come la maggior parte degli altri aeroporti regionali) dovrà cessare di operare nel 2050. I voli intercontinentali saranno disponibili solo nelle grandi città, regolamentati e strettamente limitati nel numero. L’aeroporto di Graz sarà trasformato dai rifugiati climatici in spazi abitativi individuali, i parcheggi e l’asfalto della pista rimossi e il terreno fertile importato. Così entro il 2050 gli ex rifugiati saranno in grado di coltivare frutta e verdura in modo auto-organizzato; i prodotti in eccesso saranno venduti nei mercati cittadini. Saranno piantati gli alberi da frutta selvatici e autoctoni perché più resistenti di altri, in grado di sopportare l’aumento delle temperature e le condizioni estreme.

La proprietà di auto private sarà una rarità nelle città del 2050 e limitata nelle zone rurali. I principi alla base di tutte le decisioni assunte sono un minimo utilizzo delle risorse, un lungo ciclo vitale del prodotto, una garanzia di riparazione e una ridottissima emissione di carbonio. La produzione di autovetture sarà limitatissima. Un’ampia sezione della fabbrica di auto è convertita in impianto di riciclaggio di vecchie auto fuori servizio. Gli ortaggi vengono coltivati sui tetti. Tutta l’energia necessaria è fornita da turbine eoliche poste tra gli edifici del complesso produttivo. Queste realtà sono gestite autonomamente dai lavoratori. I vecchi proprietari sono espropriati in base a leggi di emergenza crisi climatica.

Che ruolo hanno gli artisti e i produttori culturali nei movimenti per la giustizia climatica? Questa domanda è al centro del film di Oliver Ressler Barricade Cultures of the Future. L’opera si basa su conversazioni tra cinque protagonisti internazionali che lavorano all’intersezione dell’arte e dell’attivismo per il clima: Nnimmo Bassey (Nigerian Health of Mother Earth Foundation), Jay Jordan (The Laboratory of Insurrectionary Imagination), Steve Lyons (Museo di Storia Naturale, USA), Marta Moreno Muñoz (Extinction Rebellion, Spagna) e Aka Viviâna (poeta Inuk, Groenlandia). I loro metodi, obiettivi e approcci al rispettivo attivismo artistico differiscono in modo significativo. Tuttavia condividono la convinzione che le questioni ambientali siano inestricabilmente legate alle condizioni sociopolitiche ed economiche.

“Occupy, Resist, Produce” (Occupare, resistere, produrre, 2014-18 in collaborazione con Dario Azzellini) è una videoinstallazione composta da quattro film sulle fabbriche occupate a Milano, Roma, Salonicco e Gémenos. La crisi economica, iniziata nel 2007-2008, ha causato licenziamenti su vasta scala, lasciando migliaia di lavoratori disoccupati. La loro risposta è stata riprendere il controllo di ex siti produttivi. In questi casi i lavoratori hanno trovato il modo di organizzare la produzione sotto il proprio controllo.
Ogni film è basato sul dialogo con i lavoratori. Le assemblee dei lavoratori (principali organi decisionali) sono state registrate. Si è trattato di una importante azione socio-politica più che economica. Si sono sviluppate risorse più alternative, più eque, i lavoratori hanno fondato cooperative di solidarietà e centri di riciclaggio, stabilendo alleanze con le comunità locali e i movimenti sociali.

Nella maggior parte dei casi un’occupazione non mira al controllo dei lavoratori, ma è un mezzo di lotta contro la chiusura di un sito di produzione o il trasferimento della produzione in un altro Paese. Le lotte spesso falliscono senza risultati concreti. Occupy, Resist, Produce si concentra sui casi rari e meglio organizzati in cui per i lavoratori l’obiettivo della lotta era quello di arrivare a controllare la produzione. I lavoratori non hanno semplicemente protestato ma hanno preso l’iniziativa diventando protagonisti. Hanno creato nell’ambiente di lavoro relazioni sociali orizzontali e adottare sistemi di democrazia diretta.
Informazioni
Belvedere 21
Indirizzo: Arsenalstraße 1 1030 Vienna
Periodo: fino al 2 giugno
Orari: da martedì a domenica: dalle 11.00 alle 18.00
Giovedì: dalle 11.00 alle 21.00
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