Avatar fuoco e cenere
James Cameron gioca sul sicuro: il mondo di Pandora senza troppe novità
Dopo Avatar (2,9 miliardi di dollari, maggior incasso mondiale della storia) e la Via dell’Acqua (2,3 miliardi di dollari, terzo maggior incasso mondiale della storia), con Fuoco e cenere James Cameron – cosceneggiatore, regista, montatore e coproduttore del film – ci invita nuovamente “a vedere”. Ci immerge totalmente in una una trama che fonde esoterismo, natura ed avventura.

La narrazione riprende dopo gli eventi del secondo capitolo. La famiglia protagonista dei Sully – con il leader Jake (Sam Worthington) e la sua compagna guerriera Neytiri (Zoe Saldaña) – convive pacificamente con la tribù della barriera corallina. Questa è capitanata dal saggio Tonowari (Cliff Curtis) e da sua moglie, la determinata Ronal (Kate Winslet).

Ma il vero capo-famiglia sembra essere la moglie di Jake. Zoe Saldaña commenta: “Provo un affetto personale per Neytiri, penso che tutti noi vorremmo avere un cuore ribelle come il suo, ed è una giovane donna che, purtroppo, ha avuto tutta la sua vita già pianificata. Era la figlia di una Tsahik e di un Olo’eyktan, quindi, in sostanza, era di sangue reale, e questo comportava un grande peso sulle sue spalle: portare a termine qualcosa per cui non era pronta. E parte del suo cuore ribelle l’ha portata a trovare l’amore nel luogo più insolito, ovvero in questo essere umano che si è presentato come un avatar. Neytiri è proprio il tipo di persona che vorrei essere: è fedele e lotta per ciò in cui crede e cerca di essere sé stessa”.

La pace viene interrotta dalla sete di conquista del clan Mangkwan, popolo della Cenere (una tribù Na’vi che vive in un territorio vulcanico). Così la brama di potere della feroce leader Varang (Oona Chaplin, nipote di Charlie Chaplin) la induce ad allearsi con una vecchia conoscenza: il colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang) che gli insegna il pericoloso uso delle armi “umane”.

Il punto di forza del film è da ricercare non tanto nell’inserimento dei nuovi personaggi o nelle strabilianti ma ormai “abituali” immagini hi-tech (è un live-action) ma nella straordinaria disinvoltura con cui riesce ad amalgamare il mondo artificiale e umano. Facendo in tal modo emergere l’istintivo “sentire” nella mistica sintonia con la natura, vedi il rapporto con i Tulkun, le intelligenti megattere.

Cameron (regista di: Terminator, Aliens – Scontro finale, The Abyss, Terminator 2 – Il giorno del giudizio, True Lies, Titanic e i due Avatar) così racconta la sua visione della trilogia: “La ricerca della bellezza pura. Non c’è nulla che mi ecciti più di una scena d’azione che tenga sulle spine. Ma c’è qualcosa nella bellezza di un sogno e nelle meraviglie del mondo che mi attira e mi rapisce. Io ci vivo, nei miei sogni, e se ho un’immaginazione questa nasce da uno stato onirico. Vorrei appunto dare al pubblico un sogno a occhi aperti: per questo Avatar è fondamentale per me”.

Il film, girato in Nuova Zelanda, ha richiesto, ai 20th Century Studios (ovvero alla Disney), un budget di 400 milioni di dollari e 10 anni di lavorazione. Una sofisticata tecnologia è stata usata per esprimere l’ostilità nei confronti di un progresso tecnologico troppo spinto (i Na’vi combattono con archi e frecce).

Rispetto agli altri capitoli sembra che Cameron abbia messo in primo piano l’azione a tutti costi a discapito del coinvolgimento dello spettatore, soprattutto nelle battaglie finali. Il film, della durata di 197 minuti, si ripete tematicamente in alcune parti e sembra di assistere a delle scene (per es. rispetto alle location) già viste nei precedenti episodi. Ad esempio il confronto tra genitori e figli (sia nella famiglia Na’vi che in quella umana: Quaritch e suo figlio Spider) è lasciato più all’esperienza visiva che all’approfondimento.

Cameron è attivo in questioni legate alla sostenibilità. Ha fondato la Avatar Alliance Foundation allo scopo di agire sul cambiamento climatico, le politiche energetiche, la deforestazione, i diritti delle popolazioni indigene, la conservazione degli oceani e l’agricoltura sostenibile. Sia lui che la moglie (Suzy Amis Cameron) entrambi vegani ambientalisti, hanno fondato la Plant Power Taskforce per la sensibilizzazione sull’impatto dell’allevamento degli animali sull’ambiente e il clima.
In conclusione, Avatar fuoco e cenere rimane un’opera visivamente sontuosa e tecnicamente superiore ai precedenti episodi. Politicamente impegnata scalda meno i cuori risultando meno coinvolgente rispetto agli altri due lungometraggi. Da vedere rigorosamente in 3D.