Margarita y el lobo (1969) di Cecilia Bartolomé, film straordinario, censurato e attualissimo
Margarita e il lupo di Cecilia Bartolomé, artista femminista, al Pesaro Film Festival
Pesaro, 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema. Ogni anno il Pesaro Film Festival stupisce per il suo sguardo camaleontico e internazionale, per la varietà delle proposte e per la molteplicità dei temi trattati. Per Lezioni di storia Federico Rossin ha proposto una serie di interessanti pellicole sul cinema sperimentale ai tempi del franchismo. Gli incontri, dedicati alle forme cinematografiche innovative e alla riscoperta di cineasti del passato, si sono soffermati quest’anno sulle esperienze di cinema sperimentale nella Spagna sotto la dittatura di Francisco Franco, con la collaborazione dell’Instituto Cervantes di Roma.

In programma anche lo straordinario (soprattutto in considerazione della data della sua realizzazione: 1969 – 1970) Margarita y el lobo di Cecilia Bartolomé. Questo mediometraggio fu censurato, a causa della sua natura innovativa e femminista, e colpito da damnatio memoriae per molto tempo. Difficile per molti anni la sua visione che ha reso preziosa l’edizione di questo Festival di Pesaro che ha consentito a molti di scoprirlo.
A causa di questa pellicola alla regista non fu permesso di girare film per altri 10 anni. Persino la scuola di cinema dove la regista studiò, Escuela Oficial de Cine, venne chiusa tra il 1970 e 1971 e praticamente non fu mai più riaperta. Cecilia Bartolomé è ancora vivente ed è una delle tre registe spagnole importanti del periodo franchista. La censura tentò persino di distruggere i negativi della pellicola. Questi furono fortunatamente salvati e ci fu anche un tentativo di farli arrivare clandestinamente in Francia. Un film diventato “maledetto”, difficile da vedere per molto tempo.

L’opera non è soltanto innovativa nei contenuti, lo è anche nel suo sviluppo narrativo, nelle sovrapposizioni, nella sua colonna sonora, è un’invenzione cinematografica di incredibile libertà, un film di rottura, di stupefacente modernità rispetto all’epoca in cui è stato realizzato. Uno stupefacente condensato di temi in soli 43 minuti, e persino nei titoli di coda la creatività di Cecilia Bartolomé si rivela incontenibile. Il suo realismo è impregnato di simbolismo.
Il nome di Cecilia Bartolomé fu incluso nella ‘lista nera’ e, quando lasciò la Scuola, non poté lavorare con il suo nome, dedicandosi alla pubblicità e alla realizzazione di documentari. Presentò un suo progetto cinematografico firmandosi con il nome di “José Luis Borau”, ma il ministero la scoprì e non lo autorizzò.
Con l’avvento della democrazia Margarita y el lobo di Cecilia Bartolomé poté finalmente essere proiettato in varie mostre ed eventi dedicati alle donne. Dopo il successo riscosso al Festival del Cinema di San Sebastián del 2004 nella sezione “Incorrectos”, la sua programmazione al Museo Guggenheim e in diversi altri festival, questo mediometraggio “maledetto” continua a essere proiettato e a riscuotere interesse dopo più di quarant’anni dalla sua realizzazione. Ora è possibile vederlo su YouTube in versione originale (il link in fondo a questo articolo)

Cecilia Bartolomé racconta la storia di Margarita che si era innamorata di un uomo bello, intelligente, affascinante, elegante e di mentalità aperta… chiedeva solo una devozione totale. Nelle prime inquadrature Margarita si trova al cospetto di un giudice ecclesiastico per una causa di divorzio, che sentenzia: “Solo la separazione dei beni e delle proprietà, il matrimonio è per la vita…”. È il caso di ricordare che negli anni Settanta la Spagna non soltanto era sotto la dittatura ma era anche profondamente cattolica, e un divorzio era ancora inconcepibile.
Si assiste a uno scontro con il marito mentre Margarita recupera gli effetti personali nella casa coniugale, nel traslocare nella sua nuova casa con il suo vecchio amico ed ex amante… Vediamo brani della sua vita precedente e i diversi “lupi” che hanno tentato di condizionarla e di limitarne la libertà.
Il racconto, presentato da Margarita, spazia dall’amore alle difficoltà sul lavoro e nella realizzazione personale, dalla falsa liberazione con un amante pseudo-progressista, al mondo “femminile”, per concludersi con l’ascesa sociale e l’integrazione politicamente corretta a cui il marito la trascina, la sottopone e che causa la definitiva rottura della coppia. Dopo essersi liberata del marito, dell’ex amante Margarita canta…
È la storia dell’emancipazione femminile all’interno di una famiglia conservatrice franchista. Cecilia Bartolomé usa un umorismo nero come un fioretto affilato contro l’ideologia patriarcale e repressiva della famiglia, del matrimonio, dello Stato e della Chiesa. Che una donna in quegli anni si immaginasse sola e persino felice è qualcosa di autenticamente rivoluzionario, e ancora oggi è uno stato sociale che desta perplessità e timori.