Beato Angelico come non lo avete mai visto
Una mostra che riunisce in due sedi oltre 140 opere tra dipinti, disegni, sculture e miniature provenienti da prestigiosi musei internazionali
Firenze. Visitare prima il Museo di San Marco (una delle due sedi della mostra) consente subito un’immersione nell’atmosfera dell’arte del Beato Angelico – Guido di Piero, poi Fra Giovanni da Fiesole (n. 1395 circa – 1455) – “frate dipintore” fin dai primi anni Venti del Quattrocento. Le opere nel Museo appartengono al periodo iniziale della sua attività, dal 1415 al 1442 circa.

Nel Capitolo, dove si riunivano i frati, sta una grande Crocifissione (1441-1442 circa) con il fondatore dell’ordine domenicano. Una sorta di albero genealogico con i rappresentanti più importanti dell’ordine. Nella scena, oltre agli astanti, sono inseriti diversi personaggi: i patroni della famiglia Medici, della città e del convento. Oggi, caduta quasi completamente l’azzurrite originale, è possibile solo immaginare l’effetto di profondità del cielo nell’affresco. Sotto, in una serie di medaglioni, sono raffigurati i rappresentanti più illustri dell’ordine domenicano, come frutti di un tralcio di vite retto da san Domenico.

Il primo piano accoglie il dormitorio con 44 celle dislocate lungo tre corridoi. Piccole stanze dei frati affrescate con sobrietà destinate al riposo e la preghiera. L’edificio è opera di Michelozzo di Bartolomeo (1437 – 1443) mentre gli affreschi delle celle e delle pareti esterne sono del Beato Angelico e dei suoi collaboratori (l’Annunciazione, San Domenico in adorazione del Crocifisso e la Madonna delle ombre, così chiamata per le realistiche ombre proiettate, sulla destra, da capitelli e foglie dipinti).

Le celle del Corridoio dei chierici (a est) erano riservate per i frati più anziani e presentano affreschi con Storie di Cristo. Nel Corridoio dei novizi (a sud) stavano i frati giovani con immagini del Crocifisso con san Domenico in preghiera.
Le celle del Corridoio dei laici (a nord) sono decorate con storie tratte dai Vangeli. Il terzo lato conduce alla Biblioteca con alcune celle di “rappresentanza”, come quella doppia di Cosimo de’ Medici (1389-1464), promotore della ristrutturazione del convento. Qui si intratteneva durante i suoi ritiri spirituali.

L’Annunciazione che accoglie il visitatore di fronte alla scala di accesso del dormitorio, insieme agli altri affreschi, è parte integrante dell’architettura. Ancora più intima e spirituale è l’Annunciazione della cella n. 5: le pareti nude con una Madonna adolescente dall’espressione turbata ma conscia e sottomessa al volere divino. Questo era un convento di clausura e gli ambienti erano destinati soltanto ai frati. Dal punto di vista stilistico è evidente un’unità progettuale e di esecuzione. Il controllo del maestro era su tutta l’opera.
Questi affreschi, quasi completamente sconosciuti al mondo esterno, sono stati rivelati al pubblico solo con l’istituzione del museo nel 1869.

Commoventi sono le “Celle del Savonarola”, tre piccoli vani in fondo al corridoio sud dove, secondo la tradizione, visse il frate ferrarese. Il primo vano è una piccola Cappella. Sono presenti anche i ritratti del Savonarola e una cappa in lana nera da domenicano che viene tradizionalmente ritenuta del Savonarola.

La Biblioteca di Michelozzo con il suo gioco di colonne e archi si rivela come stupendo spazio espositivo per accogliere autentici tesori librari. Aprì nel 1444 e divenne subito un luogo di incontro per gli studiosi, non solo per i frati che vivevano nel vicino dormitorio ma anche per un pubblico selezionato. Presenti due sezioni con codici miniati (Antifonari), molti dipinti del Beato Angelico. La prima sezione è dedicata all’Angelico miniatore.
Nella seconda parte, l’Angelico e la biblioteca di San Marco, ci sono dei fondi della biblioteca Laurenziana e Nazionale, nei quali furono divisi i testi greci e latini della biblioteca smembrata nell’Ottocento. Fra’ Angelico era un frate che abitava i luoghi da lui dipinti, frequentava la biblioteca e i suoi testi – come la Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze e la Naturalis historia di Plinio il Vecchio – furono dei riferimenti per le sue opere.

L’abilità dell’Angelico come miniatore si fonda sulla tradizione camaldolese fiorentina di Santa Maria degli Angeli, portata all’eccellenza da Lorenzo Monaco e da Mariotto di Nardo. A questi Angelico si ispirò per i suoi motivi ornamentali, l’impianto della pagina e la sobrietà compositiva, seppure reinterpretati in modo personale.
Il suo più antico codice miniato noto è il Graduale 558 di San Domenico a Fiesole, eseguito nei primi anni Venti del Quattrocento. Le novità nell’ambito da lui introdotte sono: una naturalezza narrativa, una intensità espressiva, una maggiore spazialità, unite all’eleganza del Ghiberti.

Altre opere straordinarie sono il Messale 533, i Salteri di San Marco e l’ Antifonario 43. Nel margine inferiore del foglio, dell’antifonario proveniente dalla chiesa di San Domenico a Fiesole, oltre ai frati domenicani e agli esponenti di altre comunità religiose, siedono su una bassa panca lignea di spalle protagonisti laici, tra cui un re e un dotto orientale co sul capo un turbante (vedi foto). Anche nella sua attività di miniatore l’Angelico sperimentò forme, colore e luce. Pur avvalendosi di collaboratori, secondo l’uso del tempo, l’Angelico ideava e supervisionava i programmi illustrativi. Formò allievi e miniatori come Benozzo Gozzoli, Domenico di Michelino e Zanobi Strozzi, lasciando un’impronta nell’ambito della miniatura fiorentina.

Non meno ricca e importante la sezione della mostra dedicata all’Angelico a Palazzo Strozzi. L’esposizione è il risultato di quattro anni di preparazione, una complessa campagna di restauri e la straordinaria possibilità di riunificare pale d’altare smembrate e disperse da oltre duecento anni. L’artista si forma come pittore a Firenze nell’ambiente del gotico internazionale ma ben presto si interessa alla vita artistica fiorentina rinascimentale. La Pala di Fiesole (1420 – 23), destinata all’altare maggiore di San Domenico a Fiesole, coincise con il suo ingresso nell’ordine domenicano con il nome di Fra Giovanni. Nel 1501 fu aggiornata, secondo il gusto dell’epoca, da Lorenzo di Credi che eliminò il fondo d’oro sostituendolo con il paesaggio.

La Deposizione dalla croce (1432) presenta al posto del fondo oro un paesaggio. La sagrestia, a cui era destinata, divenne la cappella sepolcrale degli Strozzi. Fu commissionata dall’uomo più ricco di Firenze, Palla Strozzi, identificato nel personaggio che, nella Deposizione, tiene in mano la corona di spine e i chiodi. Nella cappella adiacente era collocata l’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano. Gli Strozzi entrarono però in contrasto con Cosimo de’ Medici e furono messi al bando. In mostra è presente la ricostruzione della Cappella Strozzi con le sue due pale di altare. Nella seconda sala, Il Nuovo Linguaggio, in cui l’artista si pone come ponte tra gotico internazionale e primo Rinascimento.

La terza sala è dedicata al rinnovamento del convento di San Marco a Firenze, affidato da Cosimo de’ Medici ai domenicani di Fiesole. Esempio di una struttura rinascimentale è la Pala di San Marco – eseguita tra il 1438 e il 1442 su commissione di Cosimo e Lorenzo (banchieri dell’ordine monastico) per l’altare maggiore della chiesa – con la Madonna con il Bambino in trono e San Cosma (santo patrono dei Medici) che guarda all’esterno. Poter ammirare questa straordinaria pala nei suoi diciassette pezzi, dei 18 noti, è davvero emozionante. La pala fu rimossa e smembrata già nel 1678-1679.

Il frate domenicano realizza una pala rinascimentale, monumentale e con una predella dal chiaro intento narrativo. Le figure sono disposte in uno spazio architettonico e il tappeto di stile anatolico è raffigurato secondo un gusto fiammingo, che affascinava i contemporanei.
Non a caso in mostra è esposto anche il San Girolamo nel suo studio di Jan van Eyck, che era del cardinale Albergati (vescovo di Bologna) successivamente inventariato nella collezione dei Medici. Probabilmente il Beato Angelico conosceva quest’opera. Il vescovo possedeva sia un’opera di van Eyck che del Beato Angelico (il Libro di Ore raffigurato nel dipinto e miniato dall’Angelico). Nella sala è inoltre esposta la Pala di Annalena, eseguita su committenza medicea, anche se non risulta certa la sua collocazione originaria.

Nella sesta sala sono esposte le grandi pale d’altare, espressione, nel Quattrocento, del prestigio delle famiglie più importanti. Uno dei temi preferiti dell’Angelico era l’Annunciazione, declinato in tavole, come quella oggi a San Giovanni Valdarno. A Cortona, il mercante Giovanni di Tommaso di ser Cecco, partecipando alle spese della nuova chiesa di San Domenico, ottiene (1432) il patronato su una cappella e affida a Beato Angelico un trittico con la Vergine col Bambino e i santi protettori della famiglia. Il formato tardogotico è armonizzato con il trittico del Sassetta sull’altare opposto. Per nasconderlo alle truppe tedesche il trittico fu sistemato dal parroco, insieme a quello del Sassetta, in una cantina che ne compromise però lo stato di conservazione. Manca un legame tra i santi raffigurati nei pannelli principali e quelli nella predella con San Domenico.

Il formato si ripete nella Pala di Perugia (1437-1443), dipinta dal frate-pittore per Elisabetta Guidalotti. Questa era destinata alla cappella di famiglia, dedicata a San Nicola di Bari, in San Domenico a Perugia (simile alla Pala di Fiesole, prima della trasformazione di Lorenzo di Credi del 1501). La Pala di Perugia è esposta senza la cornice neogotica con le storie di San Nicola di Bari. La Madonna in trono è affiancata da San Domenico, San Nicola e San Giovanni Battista e Santa Caterina d’Alessandria. In origine le piccole immagini di santi erano disposte sia sulla faccia che sui fianchi esterni dei pilastri (a sinistra e a destra, come nella Pala Strozzi).

Dopo un’estate a Orvieto (1447), in cui lavorò con Benozzo Gozzoli nella Cappella di San Brizio nel Duomo (Cristo giudice e angeli e Profeti nella volta della cappella), l’Angelico ritornò nell’autunno a Roma (chiamato da Eugenio IV), dove lavorò nella cappella Niccolina in Vaticano destinata al pontefice. Celebrato come “secondo Apelle” e “gloria dei pittori” morì in convento il 18 febbraio 1455 e i domenicani di Santa Maria sopra Minerva lo onorarono con una sepoltura nella chiesa.

Un’altra emozione ci riservano Le due Annunciazioni a confronto esposte. Quella di Beato Angelico (delle tre superstiti) e quella di Filippo Lippi (Pala Martelli). Nella prima una luce divina accende la piccola stanza umile e buia su cui si staglia l’angelo con le ali dorate. Mentre Filippo Lippi innova la tradizione: mette in scena tre angeli e rinuncia alla profusione d’oro. Da notare la caraffa d’acqua in primo piano, allusione alla purezza di Maria, che è un brano di pittura straordinaria.
Informazioni
Beato Angelico
Sedi Firenze, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco
Periodo fino al 25 gennaio 2026
T. +39 055 2645155
email: prenotazioni@palazzostrozzi.org
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