Silent Land, un ritratto della borghesia
L’opera prima della regista Aga Woszczynska

La pellicola, uscita già al cinema, è ambientata in Sardegna dove i protagonisti, una coppia polacca, trascorrono le vacanze in una bella villa sull’isola.
Anna e Adam (Agnieszka Zulewska e Dobromir Dymecki) sembrano isolati dal mondo esterno. Fino a quando chiamano il proprietario della villa per segnalare il guasto della piscina che vogliono assolutamente utilizzare, senza curarsi della carenza d’acqua di cui da tempo soffre la terra che li ospita.

Quando arriva un giovane operaio (Ibrahim Keshk), chiamato a ripararla, un incidente mortale interrompe la calma assoluta del posto e sconvolge la vacanza ideale della coppia, la cui intesa sembra sgretolarsi.
Il lungometraggio è una palese critica alla classe borghese edonista che, chiusa nel proprio mondo, ignora i problemi e la sofferenza altrui.

Senza eccedere nel lusso sfrenato – infatti non vediamo super attici, spese folli o capi firmati – lo sguardo della regista indugia comunque severo su un privilegio non eccessivamente appariscente.

Le inquadrature, insieme soprattutto ai silenzi, evidenziati nel titolo, ci rendono complici. Un senso si colpa crescente alimentato dal comportamento dei poliziotti che trattano un morto come un qualsiasi oggetto caduto e inerme.

L’inquetudine, unita all’angoscia, sottolineano le brevi apparizioni dell’operaio, alieno al contesto e che tutto l’ambiente cerca di allontanare. Infatti la coppia appare infastidita dal rumore dei lavori di riparazione della piscina. Sebbene Anna sembra quasi attratta sessualmente dall’uomo senza però avvicinarsi a lui.

L’indugiare della regista sui dettagli, gli scarni dialoghi, la quasi totale assenza di una colonna sonora rende il film particolarmente lento. Accattivante, e riuscita, è la fotografia di Bartosz Swiniarski, studiata per rendere in chiave sinistra paesaggi e personaggi.

Film interessante, considerato soprattutto che si tratta del primo lungometraggio della regista. Resta, però, l’impressione che sarebbe stato possibile osare di più.