Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento 

Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento 

A Palazzo Barberini una mostra gioiello su Giuditta. Seduzione, violenza e vendetta, le armi femminili del Cinquecento e Seicento

Palazzo Barberini, ingresso mostra
Palazzo Barberini, ingresso mostra

Roma. Da vedere a Palazzo Barberini, fino al 27 marzo, questa mostra preziosa come un gioiello, per qualità e non per quantità: “Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento” a cura di Maria Cristina Terzaghi. Il filo conduttore è iconografico: Giuditta.

Pittore attivo all’inizio del XVII secolo Giuditta e Oloferne (particolare), 1610-20 circa Olio su tela, cm 208,5x149,5 Valencia, Museo de Bellas Artes (Colección Real Academia de Bellas Artes de San Carlos de Valencia)
Pittore attivo all’inizio del XVII secolo Giuditta e Oloferne (particolare), 1610-20 circa Olio su tela, cm 208,5×149,5 Valencia, Museo de Bellas Artes (Colección Real Academia de Bellas Artes de San Carlos de Valencia)

In mostra 31 opere prestigiose, quasi tutte di grande formato, provenienti da importanti istituzioni. Oltre quelle nazionali (la Galleria Corsini e Galleria Palatina di Firenze) l’esposizione rappresenta un’occasione unica per ammirare insieme le opere di istituzioni internazionali quali, fra le altre, il Museo del Prado e il Museo Thyssen di Madrid; le Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano, il Museo di Capodimonte di Napoli; la Galleria Borghese di Roma; il Kunsthistorisches Museum di Vienna; il Museo di Oslo.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, bottega di (Venezia, 1518 – 1594) Giuditta e Oloferne, 1577-1578 circa Olio su tela, cm 188x251 in basso a destra, «IACOMO TENTORETO FAC.» Madrid, Museo Nacional del Prado
Jacopo Robusti detto il Tintoretto, bottega di (Venezia, 1518 – 1594), Giuditta e Oloferne, 1577-1578 circa, Olio su tela, cm 188×251, in basso a destra, «IACOMO TENTORETO FAC.», Madrid, Museo Nacional del Prado

La storia dell’eroina ebrea Giuditta è narrata in un intero Libro della Bibbia cristiana dedicato a lei. La storia è ambientata durante il regno del re assiro Nabucodonosor. Il re aveva affidato la campagna d’Occidente al suo generale Oloferne, che intraprese una guerra con il popolo di Israele. L’avanzata del generale assiro sembrava inarrestabile. Pose sotto assedio la città di Betulia per oltre trenta giorni riducendo allo stremo la popolazione.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, bottega di (Venezia, 1518 – 1594), particolare, 1577-1578 circa, Olio su tela, cm 188x251, in basso a destra, «IACOMO TENTORETO FAC.», Madrid, Museo Nacional del Prado
Jacopo Robusti detto il Tintoretto, bottega di (Venezia, 1518 – 1594), Giuditta e Oloferne (particolare), 1577-1578 circa, Olio su tela, cm 188×251, in basso a destra, «IACOMO TENTORETO FAC.», Madrid, Museo Nacional del Prado

Così la giovane e ricca e vedova Giuditta si presentò con la sua ancella negli accampamenti del generale facendogli credere di voler cedere alle sue lusinghe. Oloferne organizzò un banchetto invitando anche Giuditta che fece ubriacare Oloferne per addormentarlo e decapitarlo con la sua stessa spada. Alla vista della testa di Oloferne gli Assiri si ritirarono e Giuditta che fu accolta dal suo popolo come eroina e liberatrice.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, bottega di (Venezia, 1518 – 1594), particolare, 1577-1578 circa, Olio su tela, cm 188x251, in basso a destra, «IACOMO TENTORETO FAC.», Madrid, Museo Nacional del Prado
Jacopo Robusti detto il Tintoretto, bottega di (Venezia, 1518 – 1594), Giuditta e Oloferne (particolare), 1577-1578 circa, Olio su tela, cm 188×251, in basso a destra, «IACOMO TENTORETO FAC.», Madrid, Museo Nacional del Prado

La storicità di tale personaggio biblico è alquanto dubbia, ma la storia di Giuditta ebbe un grande successo nel mondo dell’arte e fu rappresentata da famosi pittori.
Il percorso espositivo è suddiviso in quattro sezioni e si apre con Giuditta al bivio tra Maniera e Natura. In mostra una selezione di opere cinquecentesche caratterizzate dalla violenza del momento scelto. Così nei dipinti di Pierfrancesco Foschi, di Lavinia Fontana (con probabile autoritratto), di un seguace di Bartholomeus Spranger e di Jacopo Tintoretto. Proprio la tela di quest’ultimo cattura l’attenzione.

Louis Finson (attribuito) (Bruges, ante 1580 – Amsterdam, 1617) Giuditta decapita Oloferne (particolare), post 1607 Olio su tela, cm 140x161 Collezione Intesa Sanpaolo
Louis Finson (attribuito) (Bruges, ante 1580 – Amsterdam, 1617) Giuditta decapita Oloferne (particolare), post 1607 Olio su tela, cm 140×161 Collezione Intesa Sanpaolo

Un’opera di grande formato e taglio orizzontale che si dispiega una composizione teatrale. Il racconto si svolge all’interno della tenda del generale assiro. I particolari descrittivi dell’armatura, delle ricche stoffe del talamo e della veste regale di Giuditta lasciano a bocca aperta. I colori sono straordinariamente brillanti. Il dramma si è appena concluso. Il corpo decapitato del generale sembra ancora caldo nel suo letto. L’ancella deve ancora porre la testa nella bisaccia. Il pittore lascia allo sguardo dell’osservatore, che si muove con lentezza sui dettagli, scoprire la tragedia di una scena che a prima vista sembra la visita di una regina.

Valentin de Boulogne (Coullommiers, 1591 – Roma, 1632) Giuditta decapita Oloferne (particolare), 1627-1629 circa Olio su tela, cm 160x141 Courtesy Valletta, Heritage Malta – MUŻA, National Community Art Museum
Valentin de Boulogne (Coullommiers, 1591 – Roma, 1632), Giuditta decapita Oloferne (particolare), 1627-1629 circa, Olio su tela, cm 160×141, Courtesy Valletta, Heritage Malta – MUŻA, National Community Art Museum

La seconda sezione è dedicata a Caravaggio e ai suoi primi interpreti. Davanti la famosa tela di Caravaggio ci si ferma e ci si torna più volte. Sono trascorsi settant’anni dalla sua riscoperta presso l’ultimo proprietario Vincenzo Coppi a opera di Pico Cellini (uno dei massimi restauratori del Novecento). Cinquant’anni dall’acquisizione da parte dello Stato Italiano. La tela, eseguita nel 1599 da Caravaggio per il banchiere ligure Ottavio Costa (m. 1639), non fu mai alienata rimanendo a Roma fino alla metà dell’Ottocento. Nel 1971 entrò a far parte del patrimonio delle Gallerie Nazionali di Arte Antica. Costa, gelosissimo dell’opera, ne proibì sia l’alienazione che la riproduzione.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) Giuditta decapita Oloferne, 1599 circa, Olio su tela, cm 145x195, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini
Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) Giuditta decapita Oloferne, 1599 circa, Olio su tela, cm 145×195, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini

Nonostante le precauzioni del banchiere la rivoluzionaria composizione del Merisi riuscì a circolare. Caravaggio ha rappresentato il momento drammatico dell’omicidio. Giuditta afferra con una mano la testa di Oloferne mentre con l’altra gli taglia la gola. L’ancella Abra, pronta ad accogliere la testa del generale, osserva sgomenta la scena mentre prepara la bisaccia. Nel volto di Oloferne il Merisi ha voluto raffigurare se stesso nell’ultimo spasimo di dolore. Mai la vicenda era stata rappresentata con tanto pathos e violenza.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) Giuditta decapita Oloferne (particolare), 1599 circa, Olio su tela, cm 145x195, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini
Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) Giuditta decapita Oloferne (particolare), 1599 circa, Olio su tela, cm 145×195, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini

In questa sezione sono esposte anche le opere dei primi che riuscirono ad avere notizia della tela: Trophime Bigot, Valentin de Boulogne, Louis Finson, Bartolomeo Mendozzi, Giuseppe Vermiglio e Filippo Vitale. Traggono ispirazione dal dipinto di Caravaggio nel formato orizzontale, nella violenza dei gesti e nella rappresentazione degli ultimi momenti di Oloferne.

Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – London, 1639) Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne, 1608-1609 circa Olio su tela, cm 136x160 Oslo, The National Museum of Art, Architecture and Design
Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – London, 1639), Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne, 1608-1609 circa, Olio su tela, cm 136×160, Oslo, The National Museum of Art, Architecture and Design

Caravaggio dipinse un’altra versione di Giuditta, che fu messa in vendita a Napoli nel 1607, ma è scomparsa. Ne abbiamo forse un ricordo attraverso la tela attribuita a Luis Finson. Questo poté conoscere Caravaggio e la sua opera già a Roma, dove risiedeva nel 1600. L’espressione della Giuditta di Finson, con il suo casto abito vedovile, è decisamente inquietante ed esprime tutto il suo turbamento. L’adolescente Giuditta di Valentin de Boulogne è raffigurata nel momento dell’uccisione. Mentre l’ancella cieca alle sue spalle è immersa nel buio della scena ed è vista dall’alto.

Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli?, post 1654) Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne (particolare), 1615 circa Olio su tela, cm 114x93,5 Firenze, Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria Palatina
Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli?, post 1654) Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne (particolare), 1615 circa Olio su tela, cm 114×93,5 Firenze, Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria Palatina

La terza sezione è dedicata alla famiglia Gentileschi: Orazio il padre e la più famosa figlia Artemisia. Entrambi si cimentarono più volte con il tema, aderenti alla rappresentazione della figura femminile come donna forte. Un esempio di virtù che la rese un genere ambito nelle corti europee. Artemisia Gentileschi è forse la più originale e più coinvolta interprete del capolavoro del Caravaggio, col quale tornò più volte a misurarsi. La sua è una profonda e intima riflessione sulla teatralità e violenza del tema di Giuditta e Oloferne. Probabile espressione del suo vissuto personale per essere stata vittima di uno stupro.

Allestimento con le due opere a confronto di Orazio e Artemisia Gentileschi
Allestimento con le due opere a confronto di Orazio e Artemisia Gentileschi

Quello che la pittrice cattura è il momento culminate della tragedia e dell’omicidio. Non è interessata alla narrazione della storia. Nella tela di Capodimonte, dipinta probabilmente a Roma intorno al 1612, Artemisia mette in scena la fierezza determinata con cui Giuditta taglia la gola di Oloferne. Probabile espressione del suo risentimento per la violenza maschile subita. All’efferrato omicidio partecipa attivamente, secondo una libera invenzione della pittrice, anche l’ancella Abra.
L’altra tela dell’artista, di probabile committenza medicea e in stretto rapporto con quella del padre Orazio, raffigura il momento in cui le due protagoniste stanno per fuggire verso Betulia. Qui Giuditta, secondo alcuni studiosi, sarebbe un autoritratto di Artemisia.

Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – London, 1639) Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne, 1621-1624 circa Olio su tela, cm 136,5x159 Hartford, Wadsworth Athenaeum Museum of Art, CT. The Ella Gallup Sumner and Mary Catlyn Sumner Collection Fund
Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – London, 1639), Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne, 1621-1624 circa, Olio su tela, cm 136,5×159, Hartford, Wadsworth Athenaeum Museum of Art, CT. The Ella Gallup Sumner and Mary Catlyn Sumner Collection Fund

È davvero emozionante vedere nella stessa sala anche le opere del padre della pittrice, Orazio Gentileschi, che immortala il momento delle due donne in fuga sia nella tela di Oslo che in quella di Hartford. In particolare in quest’ultima la rossa veste di Giuditta è impreziosita da ricami in oro e la manica candida che fuorisce è così reale che sembra di toccarla e di poterne sentire il profumo di bucato.
Dalla versione di Capodimonte di Artemisia dipende la tela del romagnolo Biagio Manzoni. In mostra troviamo anche le opere di Giovanni Baglione, Johan Liss, Bartolomeo Manfredi, Pietro Novelli, Mattia Preti e Giuseppe Vermiglio.

Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – London, 1639), particolare, 1621-1624 circa, Olio su tela, cm 136,5x159, Hartford, Wadsworth Athenaeum Museum of Art, CT. The Ella Gallup Sumner and Mary Catlyn Sumner Collection Fund
Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – London, 1639), Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne (particolare), 1621-1624 circa, Olio su tela, cm 136,5×159, Hartford, Wadsworth Athenaeum Museum of Art, CT. The Ella Gallup Sumner and Mary Catlyn Sumner Collection Fund

Anche Giuseppe Vermiglio non narra la vicenda ma coglie il momento successivo all’uccisione di Oloferne. Giuditta è sorpresa mentre rivolge l’ultimo sguardo al corpo decapitato del re assiro. La scena è forte, la luce colpisce il roseo incarnato di Giuditta e fa riflettere la stoffa cangiante del suo vestito. Le maniche rosse della sua veste e l’incarnato luminoso accendono la scena tenebrosa.

Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli?, post 1654) Giuditta decapita Oloferne, 1612 circa Olio su tela, cm 159x126 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte
Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli?, post 1654), Giuditta decapita Oloferne, 1612 circa, Olio su tela, cm 159×126, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

La quarta sezione è dedicata al confronto tra il tema di Giuditta e Oloferne e quello di Davide e Golia. Le due vicende sono accomunate dalla lettura allegorica, dai significati spesso politici, della vittoria della virtù, dell’astuzia e della giovinezza sulla forza bruta del tiranno, che finisce decapitato. Entrambe le iconografie prevedono l’esibizione della testa mozzata del bruto. Soprattutto a Firenze il tema di Giuditta e Oloferne ebbe molta fortuna dopo il gruppo bronzeo di Donatello. Collocato in piazza della Signoria nel 1494 (ora nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio) divenne il manifesto di astuzia, coraggio e fede in Dio. Virtù necessarie per ottenere la libertà dall’oppressore.

Giuseppe Vermiglio (Milano, 1587 circa – Torino, 1635 circa) Giuditta consegna la testa di Oloferne alla fantesca (particolare), 1620 circa Olio su tela, cm 116x150 Vicenza, Museo Civico di Palazzo Chiericati
Giuseppe Vermiglio (Milano, 1587 circa – Torino, 1635 circa) Giuditta consegna la testa di Oloferne alla fantesca (particolare), 1620 circa Olio su tela, cm 116×150 Vicenza, Museo Civico di Palazzo Chiericati

La decapitazione è alla base anche del martirio di Giovanni Battista. Cosicché il tema di Salomé, nei dipinti, viene confuso spesso con quello di Giuditta. Entrambe sono unite dal fatale connubio tra eros e morte. La Giuditta con la testa di Oloferne del fiorentino Cristofano Allori (1610 – 1612) ebbe un immediato successo e fu riprodotta in diverse copie. Ciò in virtù della credenza popolare che il pittore avrebbe raffigurato se stesso nella testa del decapitato Oloferne e la sua amante Mazzafirra nel volto affascinante della ragazza dall’abito sontuoso. Dopo le collezioni medicee il dipinto approdò a Pitti nel 1666. Artemisia, negli stessi anni a servizio dei Medici, dipingeva per Cosimo II due intense e passionali Giuditte.

Cristofano Allori (Firenze 1577 - 1621) Giuditta con la testa di Oloferne (particolare), 1610-1612 circa Olio su tela, cm 139x1146 Firenze, Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria Palatina
Cristofano Allori (Firenze 1577 – 1621) Giuditta con la testa di Oloferne (particolare), 1610-1612 circa Olio su tela, cm 139×1146 Firenze, Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria Palatina

Nel catalogo edito da Officina Libraria è presente un testo della curatrice. Questo approfondisce la storia della Giuditta caravaggesca e quella di Artemisia Gentileschi. Registrando anche le ricadute dei due capolavori nella pittura contemporanea. Inoltre ci sono saggi sul ruolo della donna nella Roma di primo Seicento, sulla rappresentazione letteraria e teatrale dell’episodio di Giuditta in epoca rinascimentale e barocca e sul tema iconografico di Giuditta nella produzione europea tra Cinque e Seicento.

Informazioni

MOSTRA:
Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento
SEDE: Roma, Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13
APERTURA: fino al 27 marzo 2022
ORARI: martedì – domenica 10.00 – 18.00. Ultimo ingresso alle ore 17.00.
Solo mostra: Intero 7 € – Ridotto 2 € (ragazzi dai 18 ai 25 anni).
Mostra e museo: Intero 15 € – Ridotto 4 € (ragazzi dai 18 ai 25 anni).
Solo museo: Intero 12 € – Ridotto 2 € (ragazzi dai 18 ai 25 anni)
CURATORE: Maria Cristina Terzaghi
L’accesso è regolamentato nel rispetto delle norme di prevenzione del contagio disposte dalla legge

Antonella Cecconi

Viaggi-cultura dipendente. Amo raccontare luoghi, persone, arte e culture. Innamorata dell'orizzonte non potrei vivere senza nuove destinazioni, arte, mare e la mia porta per l'altrove: i libri. I regali più graditi: un biglietto per un viaggio o un libro. Segni distintivi: una prenotazione in tasca, un libro nell'altra e un trolley accanto al letto. antonella@nomadeculturale.it

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