Venezia 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Le aspettative per la 83esima Biennale Cinema di Venezia
Venezia 83. In occasione della conferenza stampa di presentazione della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, ha sottolineato come: “In mancanza di motivazioni contro Biennale d’Arte, la Commissione Europea decide di punire la Biennale Cinema sottraendole il sostegno e fondi”.
Alberto Barbera, direttore artistico di Biennale Cinema, ha illustrato il programma evidenziando, in premessa, i numeri: “Quest’anno siamo passati da 4200 a 4500 opere, tutto compreso fra lungometraggi, documentari e cortometraggi”. Le tematiche riflettono, come di consueto, il presente e le sue problematiche: le guerre, il cambiamento climatico, le migrazioni, le fratture e i conflitti all’interno delle famiglie, le speranze e i timore degli adolescenti, le crescenti tensioni sociali, il lascito delle vicende storiche del passato che non è mai tale…
INDICE:
VENEZIA SPOTLIGH – ORIZZONTI – VENICE-OPEN Fuori-concorso – VENEZIA 83 CONCORSO
VENEZIA SPOTLIGH

Fanno parte della sezione Venezia Spotlight otto film. Il primo film di quest’anno, che che è il film d’apertura di Spotlight, viene da Giappone ed è una coproduzione fra Canada, Giappone e Danimarca: Sumo: Spirit Weighs Nothing (99′) di Erik Shirai. Il film, sostenuto da Armani Beauty, è frutto di sei anni di lavoro per seguire il durissimo addestramento di alcuni campioni di sumo, disciplina popolarissima in Giappone. Il film è uno sguardo dietro le quinte di una tradizione fatta di rituali, una rigidissima disciplina che risale a centinaia di di anni fa. Il film sarà accompagnato in sala da uno di questi campioni che verrà dal Giappone.

Conversation with the Sea (112′) di Muayad Alayan. Un film palestinese che racconta la storia di un sessantenne costretto a fare i conti con il proprio passato dopo che un tribunale israeliano gli impone di pagare i tributi arretrati di suo figlio morto in circostanze poco chiare 20 anni prima.

Eu Contez (I matter) (116′) di Alina Serban, un’attrice regista di etnia Rom. Un racconto autobiografico che incorpora molte delle storie degli orfanotrofi in cui ha vissuto la regista e in cui lavora oggi realizzando programmi educativi di teatro e cinema con i bambini. Una storia di lotta e di resilienza per affermarsi in una società ostile.

ORIZZONTI
La ragazza con la Leica (116′) di Alina Marazzi, film d’apertura della sezione Orizzonti, è tratto dall’omonimo libro di Elena Janeczek. La storia di un gruppo di giovani ebrei di sinistra che negli anni Trenta emigrano da Berlino, per fuggire dal nazismo, e rifugiarsi a Parigi. Protagonista una fotografa, in parte dimenticata, che si chiama Gerda Taro, messa in ombra dal più famoso Robert Capa, che era suo compagno e con cui aveva condiviso l’esperienza della guerra civile in Spagna e della quale avevano entrambi inviato reportage fotografici straordinari che ancora oggi sono ricordati. Gerda Taro morirà proprio negli ultimi giorni della guerra civile, a soli 27 anni, pochi giorni prima del suo compleanno.

Una Storia (110′) di Anna Foglietta racconta i turbamenti coniugali di una moglie che scopre il vuoto della propria esistenza dopo che la figlia ha lasciato la casa e la famiglia per proseguire gli studi universitari.
La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini è il tentativo, questa volta riuscito, di portare sullo schermo il famosissimo romanzo di Nicola la Gioia. Ci avevano provato in molti negli ultimi anni, da quando il romanzo è uscito, senza riuscirci. Gabriellini si concede qualche piccola libertà rispetto al libro e si affida a un cast dove spicca Valerio Mastandrea.

The Difficult Bride (87′) di Rubaiyat Hossain. Arriva un film di una delle pochissime registe del Bangladesh, autrice di film che spesso hanno suscitato le critiche della parte più conservatrice del Paese. Questo nuovo lavoro, il quarto, è ambientato nell’ambiente dell’alta borghesia di Dacca. L’occasione del rituale di preparazione al matrimonio diventa per la protagonista il pretesto per prendere coscienza della prigione in cui è confinata la donna, sotto lo sguardo del potere maschile.

Oase (Oasis) di Jannis Lenz (118′) è l’esordio di un giovane regista tedesco che ha studiato a Vienna con Michael Haneke e Rebecca Hausner. Lavora sui temi dell’educazione, del rapporto adulti e adolescenti, delle dinamiche di emarginazione nell’universo scolastico. Un racconto di grande inventiva, sensibilità e partecipazione.
I figli della scimmia (110′) di Tommaso Landucci. Uno dei film italiani della sezione Orizzonti è l’esordio nel lungometraggio di finzione di un documentarista Tommaso Landucci. Il ruolo del protagonista è interpretato da Riccardo Scamarcio con molte sfumature. Tratta della fatica di un uomo a sostenere il peso di un figlio portatore di disabilità. Il regista ha il tono giusto per raccontare un dramma personale e familiare senza indulgere in patetismi.

Lovers in the Blue Night (107′) di Anuparna Roy. Dall’India torna il secondo film di Anuparna Roy che l’anno scorso vinse il premio come miglior regista nella sezione Orizzonti. Il film è ambientato nei bassifondi di Mumbai tra immigrati costretti a lavori umilianti, in lotta per sopravvivere e sorretti da un unico desiderio: quello di un amore capace di dare un senso alla loro miserabile esistenza.

VENICE OPEN – Fuori concorso
Series
Peccato (180′) di Valerio Vestoso. Episodi di circa 50 minuti con la partecipazione di un numero incredibile di attori. Protagonisti del cinema italiano che hanno accettato di fare anche un solo cameo in questo in questa mockumentary comedy.

Cortometraggi
They are Here (25′) di Laura Poitras e Rache Mueller è il nuovo film della regista realizzato a quattro romani con Rachel Mueller. “They are here” è la frase che ripetevano gli abitanti di Minneapolis durante la famigerata incursione dell’ICE a gennaio di quest’anno. Violenze che hanno provocato una forte reazione popolare, nonché alcune vittime. Il documentario naturalmente contiene una serie di immagini che non si sono mai viste nei reportage televisivi ed è decisamente impressionante.
Film on Films
Joie de Vivre è il documentario di Luca Guadagnino che dura oltre sette ore (435′), ma Barbera ha assicurato che si rimane inchiodati alla poltrona a guardarlo. Si tratta dell’analisi di qualche film di Bernardo Bertolucci. Un’analisi fatta da Guadagnino stesso con molti suoi amici, colleghi, registi, critici e appassionati di cinema. Un film che si preannuncia appassionante.

Non Fiction
Be Brave (90′) di Francesco Carrozzini lavorato in intelligenza artificiale.
What Love Builds (99′) di Russell Crowe è un film musicale intervallato da una sua lunga confessione sulla sua carriera di musicista. Lui ha sempre preferito essere un musicista piuttosto che attore.

Musk (232′) di Alex Gibney è dedicato, come indica il titolo, a Elon Musk. Alex Gibney è uno dei più grandi documentaristi attivi, vincitore di un premio Oscar nel 2008 per il miglior documentario. Ricostruisce tutta la carriera di Musk, le contraddizioni e il potere condizionante accentrato nelle mani di un uomo solo. Considerato allo stesso tempo come un genio dell’imprenditoria capitalistica americana è anche un pericoloso tecnocrate, senza in realtà molti scrupoli morali.

Al Mowaten Osama (Citizen Osama) (68′) di Ahmed Hassouna è uno dei documentari che il collettivo The Masharawi Fund for Films and Filmmakers in Gaza ha prodotto e realizzato in tempo reale durante l’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano. Segue per lunghi mesi, durante tutta l’invasione israeliana, un fotoreporter che non ha lasciato Gasa e ha che continuato a documentare gli avvenimenti mentre assisteva quotidianamente allo stillicidio delle morti dei suoi colleghi, giornalisti e fotografi, che venivano fatti bersaglio esplicito degli attacchi dell’esercito israeliano.

Imperium (176′) di Sergei Loznitsa è uno dei tanti grandi documentaristi contemporanei, presente più volte a a Venezia in passato. Il film è lungo, dura quasi 3 ore. Curiosa è la storia di questi materiali. Negli anni Settanta il Partito Comunista Italiano mandò in Unione Sovietica un gruppo di operatori, di cineasti per riprendere i successi dell’Impero sovietico.
Tornati però a casa il Partito Comunista si rese conto che i materiali erano inutilizzabili, perché anziché essere un’esaltazione dei successi dell’Unione Sovietica, era un’indagine quasi antropologica su di un paese diversissimo, attraversato da contraddizioni profondissime, la scoperta di un universo di popolazioni diverse per culture e tradizioni. L’opposto dell’idea di quel grande impero moderno che la Russia cercava di veicolare in Occidente. Tutti questi materiali sono rimasti per decenni conservati nell’archivio dell’AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico che ha deciso di chiedere al regista di prendere visione di questi materiali e di montarli in un viaggio affascinante in quella Russia in larga misura scomparsa.

Shumei – The Living Legacy of Kabuki (94′) di Takashi Miike, un autore di film di genere tra i più violenti e splatter della storia del cinema giapponese che invece dedica un documentario al teatro Kabuki, che è il teatro più astratto, più rituale, meno violento che si possa immaginare, Il regista segue per un anno la lunga preparazione di un attore che deve succedere nell’impersonare la figura più importante della tradizione del teatro tramandata di figlio in figlio e lui è il 13º, come dire, destinato a incarnare questa figura.
Queer Edward II (95′) di Theo Rollason arriva dall’Inghilterra, è l’appassionante inedito backstage realizzato durante le riprese di del film Edward II del 1991 che era la provocatoria rilettura del dramma
shakespeariano realizzata da Derek Jarman. amatissimo regista inglese che aveva fatto della propria omosessualità uno strumento di lotta contro i pregiudizi e le arretratezze della società inglese puritana e conservatrice.

Oasis: Don’t Look Back in Anger (122′) di Dylan Southern e Will Lovelace è un film musicale, un documentario che segue l’imprevista riconciliazione dei due fratelli, che per 12 anni non si erano più parlati, che avevano sciolto una delle band rock inglesi più famose dell’epoca. Dopo tutti questi anni si ritrovano e cominciano a fare le prove per un tour mondiale che ha avuto un enorme successo. Il film segue la riconciliazione, segue le prove e segue il tour e l’impatto che questo tour ha sui fan dei due, che ritrovano i loro idoli che ripropongono le stesse canzoni di una dozzina di di anni prima. I fratelli Gallagher hanno promesso di venire a Venezia a presentare il film.
Everest: the Other Side (115′) di Alizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin, famosi per aver vinto l’Oscar nel 2019 per il miglior film documentario: Free Solo. Sono specializzati in riprese di imprese sportive estreme. Questo film documenta la prima, e che forse rimarrà unica, discesa dal parete dell’Everest con gli sci. Complessa la preparazione di questa discesa, diversi i tentativi andati a vuoto, alcuni anche mortali. La discesa è seguita per tutto il tempo dai due coniugi. Il film è anche una riflessione sulle motivazioni che spingono i protagonisti a mettere in gioco la propria vita per motivi che ai più di noi sembrano privi di senso.

From Inside Out – the Architecture of Peter Zumthor (114′) di Wim Wenders è dedicato al più grande architetto vivente che è Peter Zumthor, autore di pochissime opere ma tutte straordinarie. Zumthor ha realizzato opere che sono in realtà abbastanza piccole, non di grandi dimensioni, ed è questo forse il motivo per cui il grande pubblico non lo conosce. L’ultima invece, appena terminata e che forse gli darà una fama a livello mondiale, è la realizzazione della nuova ala espositiva, enorme, del museo LACMA di Los Angeles che è stata inaugurata soltanto un paio di mesi fa. Wenders aveva conosciuto Zumthor, in occasione di un cortometraggio, alla Biennale Architettura di Venezia nel 2012 e lo ha seguito in tutti questi anni per realizzare questo documentario.

Fiction
Sono undici i film della serie Fiction, tra questi Dio ride (114′) di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando e Carlo Cecchi. Father Joe (116′) di Barthélémy Grossman, firmato dal regista ma è condizionato da Luc Besson, con uno sguardo al ritmo dei manga giapponesi. La storia è quella di un prete vendicatore che ruba ai ricchi trafficanti di droga per donare ai poveri. Un Robin Hood ecclesiastico, contemporaneo, che non esita a mettere bombe e a sparare a raffica. Tra i protagonisti: Kiefer Sutherland nel panni del prete e Al Pacino che interpreta il trafficante di droga.

Scherzetto (116′) di Mario Martone che torna anche quest’anno con la trasposizione del romanzo omonimo di Domenico Starnone. Il film è in gran parte girato in un interno, un appartamento dove Tony Servillo è chiamato a trascorrere alcuni giorni in compagnia di un nipotino di cinque anni piuttosto incontrollabile che lo costringe a fare i conti con se stesso, con il passato che ritorna sotto forma di fantasmi e con il suo presente.

The Basic of Pholosophy (94′) di Paul Schrader. Il regista è un altro ritorno graditissimo con un altro dei suoi
preziosi racconti morali, una sorta di seguito logico del finale di Master Gardener, un film sulla possibilità di redenzione dagli errori del passato. Jack Huston è un professore di filosofia che tiene un corso su Schopenhauer all’università e, improvvisamente, un giorno riappare una figura del suo passato che lo obbliga a fare i conti con un episodio torbido che avrebbe preferito dimenticare.
VENEZIA 83 CONCORSO

I film in concorso sono venti e il film di apertura è INK (116′) di Danny Boyle interpretato da Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy. ll 1969 è l’anno in cui Rupert Murdoch (editore) e Larry Lamb (direttore) lanciarono un quotidiano destinato a cambiare il mondo. Un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, divenne il quotidiano più venduto al mondo. Irriverente e scandalistico il Sun ha sfidato l’establishment. Sceneggiatura di James Graham
Company (92′) di Casey Affleck è il suo quarto lungometraggio. Si tratta di tanti racconti che germinano l’uno dentro l’altro in situazioni che durano lungo un secolo. Ambientato nei villaggi remoti degli Stati Uniti. Un film con elementi di genere ma, allo stesso tempo, sofisticato e con dei dialoghi di una finezza e di una letterarietà impressionante.
Ritorno a Buenos Aires (104′) di Marco Bechis. Sono passati 40 anni dalla dittatura argentina, e 27 anni dal primo film di Bechis, Garage Olimpo, che raccontava in forma autobiografica la vicenda degli internati in questo famigerato luogo di detenzione dove gli oppositori del regime e dei generali argentini erano a lungo segregati prima e poi eliminati fisicamente. Bechis era stato per mesi prigioniero in un carcere clandestino ma era figlio di un ingegnere della Fiat e ottenne di essere rimpatriato senza subire la sorta di tanti suoi compagni di sventura. Il regista ritorna sui luoghi famigerati di quella sanguinosa vicenda raccontando la storia di un ex internato che viene chiamato dopo anni a testimoniare al processo contro i i torturatori del Garage Olimpo.

Un Bon Petit Soldat (102′) di Stéphane Brizé che ritorna a Venezia con il suo quarto capitolo dedicato al mondo del lavoro. Il protagonista è Alba Rohrwacher, nei panni di una neoassunta delle risorse umane di una grande assicurazione il cui direttore è Vincent Lindon. Lui pretende obiettivi performanti sempre più alti e duri da tutti i suoi dipendenti. Questo microcosmo rappresenta in qualche modo tutto il nostro mondo lavorativo delle imprese di oggi.

Bucking Fastard (109′) di Werner Herzog. Il titolo è un gioco di inversione di termini. Herzog ci ha abituato a personaggi estrosi, fuori dalla norma, sia nei documentari che nei film di finzione.Anche le protagoniste di questo film lo sono, ispirate alle vere sorelle Freda e Greta Chaplin che diventarono famose negli anni Ottanta perché avevano una perfetta simbiosi al punto da condividere i gesti, parlare all’unisono ed essere innamorate dello stesso uomo. Le due sorelle gemelle nel film sono interpretate dalle sorelle Kate e Rooney Mara che si identificano magistralmente in questo ruolo non facile.

Wild Horse Nine (118′) di Martin McDonach interpretato da John Malkovich e Sam Rockwell, accanto a loro anche Steve Buscemi, Tom Waits e Parker Posey. La storia è quella di due improbabili, ma non tanto, agenti della CIA in missione in Cile alla vigilia del colpo di stato.
Succederà questa notte (103′) di Nanni Moretti. Nanni Moretti mancava da Venezia dal 1889, anno in cui il suo film Palombella Rossa fu escluso dal concorso. C’è da augurarsi che questo attesissimo ritorno possa far dimenticare l’errore compiuto 37 anni fa.

Primetime (107′) è il primo film di finzione di Lance Oppenheim. Ha realizzato un paio di documentari che hanno avuto un buon successo. Affronta la storia vera di un conduttore di un reality show della televisione, Chris Hansen (interpretato da Robert Pattinson) alla guida del programma televisivo To Catch a Predator (2004–2007). Si basava sul tentativo di attirare in una rete dei pedofili per smascherarli in diretta facendoli arrestare. Il film è piuttosto inquietante.
The Echo Chamber (120′) di Andrea Pallaoro è probabilmente l’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci che non riuscì a realizzare. Una sceneggiatura largamente autobiografica che finalmente diventa un film. C’è tutto Bernardo Bertolucci e la sua sofferenza degli ultimi anni di vita, ma è anche un film di Andrea Pallaoro che si appropria della sceneggiatura di Bernardo e la fa sua con il suo stile, col suo modo di raccontare e con l’aiuto di tre grandi interpreti: Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon.

L’estranea (115′) di Paolo Strippoli al suo terzo film. Anche in questo film ci sono elementi horror. il film però ha ambizioni maggiori e rappresenta un salto di maturità in tutti i sensi rispetto ai suoi lavori precedenti. C’è un grande cast tra cui Jasmin Trinca e Valeria Bruni Tedeschi.
Bunker (126′) di Florian Zeller con Penélope Cruz e Javier Bardem è l’ultimo film di quest’anno di Venezia. Racconta la storia di una coppia di professionisti di successo emigrati a Londra. Lei lavora in una casa editrice e lui è un architetto tra i più famosi del momento. La loro relazione viene messa in crisi da due fattori… Il buco che si apre nel muro che li separa dalla casa adiacente e l’offerta all’architetto di progettare un un bunker a prova di bomba atomica per un multimiliardario che vuole rimanere anonimo.
Informazioni
Biennale Cinema 2026 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica