“Duas Vezes João Liberada” alla 61a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
A Pesaro seconda menzione speciale a un film queer, il biopic “Duas Vezes João Liberada”

Duas Vezes João Liberada di Paula Tomás Marques, presentato alla Berlinale di quest’anno, ha meritato la seconda menzione speciale “per la capacità di reinventare e rinnovare la classicità del biopic, trattando tematiche come l’identità di genere e la rappresentazione del corpo. Per la spinta ad avvicinare gli spettatori ad un cinema sperimentale attraverso l’ironia e l’umorismo senza però rinunciare alla dimensione autocritica del mezzo cinematografico”.

La quarantenne regista portoghese Paula Tomás Marques, dopo una serie di corti pluripremiati, ha realizzato un finto biopic, Duas vezes João Liberada, che ha convinto la Giuria critica del SNCCI alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e la Giuria giovani, che le hanno assegnato una una menzione speciale. La regista ha usato lo strumento del meta-cinema per raccontare la persecuzione che nel corso della storia, durante l’Inquisizione e non solo, ha proibito la libera espressione della propria identità di genere. Il film critica il punto di vista egemone e autoritario sull’identità di genere e sulla rappresentazione del corpo. Del resto la storia passa sui corpi delle persone, violentati o sulla loro distruzione come nelle guerre.

Questo film oscilla come un pendolo tra dentro e fuori la scena, tra passato e presente, tra realtà e finzione, tra immagini d’archivio e riprese. June João interpreta Liberada (persona non conforme a un genere) immaginaria e ispirata a personaggi storici perseguitati dall’Inquisizione. La sua vita di donna ha fatto sì che venisse giudicata colpevole. La regista è chiara: “Non sappiamo davvero come si identificasse”. Durante le riprese il regista è colto da una strana paralisi.

Il significato delle “Due vite di João Liberada” è duplice. Da una parte la vita di Liberada e di June João, dall’altra lo sviluppo del film che rischia di non essere portato a termine per l’improvviso malessere del regista e che invece la troupe, prendendo in mano la situazione, decide di completare. June João, protagonista e cosceneggiatrice, non è definibile sessualmente in termini binari (attributi maschili e identità femminile) come Liberada, una monaca innamorata di un uomo che abusa di lei. João sogna il fantasma di Liberada e, dopo la paralisi del regista, finirà per ultimare la pellicola con una scena dal richiamo iconografico all’Ofelia di Shakespeare: il suicidio in un fiume,.

La regista ha scelto la pellicola: “Volevamo girare in pellicola per avere qualcosa di fisico, di toccabile”. Paula Tomás Marques ci pone di fronte alle difficoltà affrontate da una vita queer del passato. Il film è fortemente politico e incisivo: “Abbiamo cercato di avere una troupe prevalentemente LGBTQIA+, con donne in posizioni di leadership”. La troupe diventa protagonista del racconto.
La paralisi del regista è metaforica: “Non volevamo uccidere il regista, ma chiedergli di fermarsi e riflettere”. Lo stesso invito è rivolto anche allo spettatore. Non è importante la singola vicenda, o quanto accaduto a una persona, ma il sistema che ha reso tutto ciò possibile, ovvero il processo. Una ricostruzione storica deve sempre implicare la consapevolezza dell’angolazione da cui si racconta una vicenda.
Il ritmo e l’attenzione calano nella parte centrale del film ma l’eroina gender fluid, Liberada, vittima dell’Inquisizione, ha ormai catturato la complicità e la simpatia dello spettatore.