I calchi di Pompei: un percorso straordinario nella storia dell’eruzione del 79 d.C.
Un allestimento permanente per conoscere la storia e la tecnica dei calchi di Pompei. Davanti alle “impronte del dolore” solo tanta commozione
Ogni visita a Pompei è sempre un’emozione. Un sito archeologico così vasto e ricco di continue scoperte che ogni volta che ci torni ti entusiasma come fosse la prima volta. Ma in questa occasione all’emozione si è unita la commozione.
Nella Palestra Grande degli scavi (di fronte l’Anfiteatro) è stato realizzato un allestimento museale permanente, il cui progetto è stato curato da Silvia Martina Bertesago. Un “memoriale”, che racconta la storia delle vittime dell’eruzione esponendone i calchi e una selezione di reperti organici straordinariamente conservati. Primo Levi, nella sua poesia La bambina di Pompei, parla di “agonia senza fine, terribile testimonianza”.

Questi calchi sono testimoni diretti di quanto accaduto e di cui abbiamo il racconto di Plinio il Giovane nella sua lettera all’amico Tacito (Epistulae VI, XVI). È una descrizione dettagliata dell’eruzione di cui lui e lo zio sono stati spettatori: “La nube che chi la guardava da lontano non era in grado di capire da quale monte sorgesse (si seppe poi dal Vesuvio) era per forma e aspetto simile a un pino, più che a ogni altro albero”.
Plinio il Vecchio, a capo della flotta romana, morì nel porto di Stabia per portare soccorso a chi poteva solo fuggire dal mare: “Mise in mare le quadriremi e salpò lui stesso per portare aiuto non solo a Rettina, ma a molti”. Ordinò di preparare una liburnica per dirigersi là da dove gli altri fuggivano, navigando verso il luogo del pericolo con animo impavido.

“Ormai la cenere cadeva sulle navi, quanto più si avvicinavano, tanto più calda e fitta; ecco la pomice, pietre scure bruciate e spezzate dal fuoco”. Plinio giunse nella villa di Pomponiano a Stabia. “Frattanto dal monte Vesuvio risplendevano in più punti ampie fiamme e incendi, il cui chiarore e la cui luce risaltavano di più nelle tenebre della notte”. Svegliato nella notte, e visto il pericolo, decide di uscire per andare alla spiaggia per fuggire in mare ma c’era tempesta. l’aria troppo impregnata di cenere deve avergli impedito il respiro ostruendogli la gola. Il giorno dopo fu trovato intatto come addormentato.

L’eruzione del 79 d.C. alzò una colonna di lapilli, cenere e gas di 34 km di altezza. Spinta dal vento causò la pioggia su Pompei, per 17 ore, di pomici e frammenti porosi di roccia vulcanica che determinarono crolli. Il giorno dopo la colonna, perduta la sua energia, cadde sulla città. Una corrente piroclastica, oltre ai terremoti, seppellì i sopravvissuti. Il deposito che ricopre Pompei è alto, mediamente, 5 – 6 m.
Di questa catastrofe si sono conservati edifici, suppellettili ma anche i resti delle vittime, intrappolate nella cenere e nel materiale che si è solidificato intorno ai loro corpi. Nel 1800 i vuoti individuati duranti gli scavi furono riempiti con gesso per creare calchi. Delle oltre mille vittime accertate sono esposti in questo allestimento 22 calchi scelti fra quelli meglio conservati (un centinaio in totale) e presentati in base al contesto di provenienza.

Attraverso questo allestimento, il materiale didattico e i video, è possibile ricostruire la storia della distruzione di Pompei, grazie a una trattazione approfondita anche a livello scientifico e vulcanologico. Proprio nel braccio Sud c’è una sezione vulcanologica, dedicata al Vesuvio e al racconto dell’eruzione del 79 d.C. Un video inedito simula in pochi secondi le fasi principali delle eruzioni. Mentre una colonna stratigrafica di materiale eruttivo rende visibile ciò che si è accumulato in quelle 32 ore circa di eruzione che hanno sepolto la città. Sono gli stessi strati che ancora oggi si trovano in quella sequenza e che vengono asportati durante gli scavi.

Una seconda sezione è dedicata agli animali e alle piante, con una collezione dei reperti organici ben conservati, che raccontano il rapporto fra l’uomo e le risorse naturali. Soprattutto resti di frutta, vegetali, frammenti di tessuti, resti di ossa animali che sono esposti in una grande teca divisi per argomenti. Così il bellissimo esemplare di un tronco d’albero di 2000 anni, ottimamente conservato e proveniente dal territorio.

È persino possibile confrontare i resti del pane ritrovato identico a quello dipinto nell’affresco esposto. Sappiamo dai veri reperti alimentari cosa mangiavano: alimenti di origine animale e vegetale.. Il pane, in particolare, era fatto con diversi tipi di impasto. Nelle vetrine anche dei molluschi, gherigli di noce e semi carbonizzati e altri cibi che facevano parte dell’alimentazione dell’epoca. In entrambe queste sezioni sono presenti materiali e supporti per l’accessibilità attivabili da QR Code. Favorita l’accessibilità attraverso video in Lis (linguaggio dei segni internazionale) e di due sezioni tattili con riproduzione in 3D dei reperti e testi in Braille che consentono di comprendere le forme dei calchi.

Nel braccio Nord, dopo aver incontrato due calchi di porte, un pannello avvisa che si sta per entrare in un settore sensibile che richiede rispetto. Si ha l’impressione di entrare in un sacrario ed è difficile non commuoversi davanti al calco di un bambino di tre anni. Negli anni Trenta sono state rinvenute nell’area della Palestra Grande circa 75 vittime. Il calco della persona accovacciata è di una vittima rinvenuta nella latrina del portico meridionale.

Si era ipotizzato che i due adulti e un bambino, provenienti dalla Casa del Bracciale d’Oro, fossero una famiglia. Ma poi l’esame del DNA ha dimostrato che si tratta di personaggi maschili che non hanno legami di sangue. La zona occidentale di Pompei era l’area più alta, vista mare, dove c’erano le case più lussuose. Probabilmente sono morti a causa del crollo delle scale. La postura dei pugni chiusi di molte vittime, con le mani davanti al naso e alla bocca, era dovuta al tentativo di ripararsi dalla nube incandescente.

Ora in questo nuovo allestimento i reperti organici esposti sono inseriti all’interno di un racconto che parte dalle eruzioni e ci informa su cosa è accaduto. Durante la seconda fase dell’eruzione, dopo la caduta dei lapilli, le persone sono state avvolte da una nube ardente di cenere vulcanica (piroclastica) che poi si è solidificata intorno ai loro corpi. È stata eseguita una TAC per realizzare le ricostruzioni dinamiche e far vedere cosa è rimasto all’interno dei calchi. Ci sono ossa, resti organici che sono stati inglobati all’interno delle cavità. Il video didattico spiega proprio cosa c’è all’interno dei calchi. Mentre le foto e i disegni, in cui sono stati evitati i colori, chiariscono le varie fasi.

Il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel ha sottolineato come, nel rispetto per le vittime dell’eruzione, volutamente è stata evitata un’esperienza “estetizzante” o “spettacolarizzata”, in quanto i calchi non sono arte e ciò non sarebbe rispettoso nei confronti di questa tragedia. Questi resti umani erano visibili solo gli esperti. È stato realizzato un luogo scientifico/archeologico in cui esporre un’archeologia del dolore.

Il Direttore ha precisato: “I calchi delle vittime non sono reperti, non sono statue e non sono opere d’arte, né d’arte antica né contemporanea. Per dire cosa sono, forse basta una frase, pronunciata una volta da un collega su uno scavo dove scoprimmo una vittima: questo siamo noi”. Ovvero la nostra fragilità, la nostra umanità, oppure la nostra speranza di umanità.

Non soltanto è stato aperto un nuovo percorso museale ma è stata riaperta al pubblico la Palestra Grande che è diventata nuovamente fruibile dopo una serie di interventi che l’hanno interessata negli ultimi due anni: manutenzione straordinaria delle coperture, miglioramento dell’accessibilità fisica, restauri, rifacimento delle tende di schermatura nei tratti sud e nord e in ultimo questo intervento di allestimento museale.

Del resto mancava all’interno di Pompei uno spazio dedicato a un racconto che inizia proprio dalle eruzioni. Alcuni dei 22 calchi non sono stati mai esposti prima e ora sono visibili per la prima volta, oltretutto riproposti in un racconto attraverso apparati testuali, foto d’archivio e due installazioni multimediali.

Alla conferenza stampa di presentazione di questo nuovo allestimento è intervenuto il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ha definito questa esposizione permanente “un fermo immagine della tragedia”. Così che la possiamo studiare e vedere davanti ai nostri occhi, una giustizia profonda che restituisce la verità di quello che è successo. Il Ministro ha aggiunto: “È una mostra coraggiosa perché è anche estremamente contemporanea. Non è facile la rappresentazione della morte, non è facile mettere in mostra la nudità dei calchi di corpi travolti da ceneri, lapilli e lava”.

Durante la conferenza stampa il Direttore Generale del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel ha così concluso il suo intervento: “Possiamo vedere nei calchi di bambini, donne e uomini morti nel 79 d.C. la nostra fragilità, la nostra umanità e vulnerabilità: perciò, da un incontro rispettoso con queste testimonianze, che abbiamo cercato di rendere possibile con il nuovo allestimento, può scaturire un messaggio profondo: la vita è precaria, preziosa, la vita è bella”.
Informazioni
Parco Archeologico di Pompei
Come arrivare
La visita, orari e tariffe
Informazioni per visitatori: Scavi di Pompei Via Villa dei Misteri, 2 – 80045 Pompei (Napoli)
Tel. +39 081 8575 347
Email: pompei.info@cultura.gov.it
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