RoFF20 Un semplice incidente
Il film di Jafar Panahi, Palma d’oro al 78° Festival di Cannes, presentato alla Festa del Cinema di Roma
L’ultimo film di Jafar Panahi è un filo rosso politico sottile, ironico, uno spartiacque tra violenza e non – violenza. Questa è la resistenza: cercare di non diventare come “loro”, i violenti. Il titolo in italiano è la traduzione dal farsi.
Di sera un’auto, con una famiglia a bordo, investe un cane lungo una strada. Sembra un banale incidente. Ma afferma la moglie nell’auto, nel rispetto del credo musulmano: “le cose accadono perché Dio vuole che accadano”. Il destino percorre vie imperscrutabili. L’auto non riparte e così il marito è costretto a chiedere soccorso in un piccolo negozio.

Qui lavora il meccanico Vahid che crede di riconoscere, nel mite marito e padre di famiglia, il sadico Eghbal, detto Gamba di legno. Un feroce e crudele agente da cui aveva subito violenze durante la detenzione per motivi politici. È il suono dei suoi passi, il rumore scricchiolante della sua gamba finta a metterlo in forte agitazione. Ma Vahid non ha mai visto in faccia l’uomo, perché era bendato, così ha bisogno di conferme. Quindi inizia a cercare altre persone che possano identificarlo.

Da qui sembra partire un road movie alla ricerca di testimoni degli abusi patiti. Tutti però non se la sentono di prendere la decisione di vendicarsi e di farlo fuori. Ognuno di loro rivanga un doloroso passato che credevano di aver rimosso. Sono costretti a confrontarsi con la propria etica e l’istintiva sete di vendetta. Intanto la figlia del probabile aguzzino chiede soccorso, telefonando al papà, perché la mamma, incinta al nono mese, sta male.

Panahi gira le sue scene quasi di nascosto, ha filmato illegalmente. Molte scene sono nel van di Vahid, come se facesse parte del gruppo di vittime presenti. I dialoghi, il confronto dialettico tra le vittime, e poi con il carnefice, si fa duro e serrato. La violenza patita smuove le viscere e la tentazione della vendetta è forte. Ma come afferma la fotografa Shiva (Maryam Afshari), anche lei vittima di abusi: se lo uccidiamo diventiamo come loro.

Alcuni spunti critici, come quello dei militari che chiedono soldi e si fanno pagare con il bancomat, sono un j’accuse forte e deciso nei confronti di chi indossa una divisa e difficilmente passerà inosservato… Panahi predilige una conclusione aperta, una richiesta allo spettatore: cosa farei io al posto loro?
Il regista, oppositore del potere nel suo Paese è stato più volte arrestato. La prima volta, nel luglio 2009, dopo aver partecipato alla commemorazione di una giovane manifestante uccisa durante le proteste seguite alla rielezione del presidente. Pochi mesi dopo gli è stato negato il visto per partecipare al Festival di Berlino. Il 1° marzo 2010 è stato arrestato di nuovo e ha trascorso 86 giorni nella prigione di Evin, prima di essere rilasciato su cauzione il 25 maggio.

Nel 2010 il regista è stato condannato a 20 anni di interdizione dal dirigere film, scrivere sceneggiature, rilasciare interviste alla stampa o lasciare l’Iran, con la minaccia di sei anni di carcere. La sentenza è stata confermata in appello nel 2011. L’11 luglio 2022 il regista è stato arrestato di nuovo ed è rimasto in carcere fino al 3 febbraio 2023, quando è stato rilasciato dopo uno sciopero della fame. Proprio la raccolta di vissuti di altri carcerati è stata tradotta, dal regista, nei personaggi del film. Panahi ha affermato che dopo “il movimento Donna vita libertà tutto è cambiato… Si vedeva di tutto, donne senza velo, con il velo, e anche con lo chador, ognuna seguiva la sua volontà, e così non si possono fare film come prima”.

La vera resistenza è quella del bene contro il male, della non violenza contro la violenza. Intanto in Iran cosa sta accadendo e Panahi che vive lì come sta?