RoFF20 Hamnet, nel nome del figlio
Il film di Chloé Zhao sulla metamorfosi, tra morte e amore, dal 5 febbraio al cinema
Hamnet e Hamlet (Amleto) sono lo stesso nome, figlio e padre. Il film, dove amore e morte si intrecciano, è tratto dal romanzo omonimo (2020) di Maggie O’Farrell, cosceneggiatrice. Hamnet, nel nome del figlio è l’ultimo lungometraggio, dopo Eternals, della regista sinoamericana Chloé Zhao, vincitrice dell’Oscar e del Leone d’Oro con Nomadland.

L’inizio del film è potente. Una donna dorme rannicchiata in terra nel bosco, all’improvviso si sveglia, fischia ed ecco che arriva in volo sul suo braccio guantato un falco. Agnes (Jessie Buckley, candidata all’Oscar®) una donna indomita, coraggiosa, uno spirito libero vive in simbiosi con la natura non teme la foresta, vive in sintonia con questa. Nel borgo la chiamano la “Strega della Foresta”. Agnes s’innamora di un tenero ma scialbo insegnante di latino William.

Si sposano e hanno ben tre figli. Ma la peste non perdona e il figlio, Hamnet, muore. Difficile andare avanti in tanto dolore. I due non si capiscono più e William sta sempre di più a Londra impegnato con il suo teatro. Proprio in questa lacerazione, e per elaborare il suo lutto, Will compone la sua grandiosa opera letteraria. La paura paralizza, soprattutto quella della morte, tanto più quella che scaturisce dalla perdita di un figlio.

La capacità di elaborazione che abbiamo e la metamorfosi di cui siamo capaci ci fa attraversare la tempesta. L’amore è sotto la cenere, si trasforma. Proprio dal un lutto, da tanto dolore e da questa storia d’amore prende vita il capolavoro di Shakespeare, Amleto.

L’interpretazione della protagonista è convincente, anche se da donna indipendente, esperta falconiera si trasforma, con il matrimonio, in mamma e casalinga. Esangue il personaggio di Will che brilla più per la sua assenza e che si riscatta con il capolavoro scritto. La talentuosa Chloé Zhao, il cui pluripremiato film Nomadland resta per ora il suo capolavoro, è regista, produttrice, sceneggiatrice e montatrice di Hamnet. Forse risulta meno abile nel montaggio poiché la storia risente di un ritmo, soprattutto nella seconda parte, lento che fa sembrare il film più lungo della sua effettiva durata, 125 minuti.

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Il romanzo, Nel nome del figlio. Hamnet (2020), di Maggie O’Farrell, da cui è tratto il film, è vincitore del National Book Critics Circle Award, del Women’s Prize for Fiction e citato tra le cinque migliori opere di narrativa del 2020 dalla New York Times Book Review. La scrittrice ha scoperto aspetti mai rivelati della vita familiare di Shakespeare, in particolare la morte del suo unico figlio Hamnet, morto di peste a soli 11 anni.

Nessuno prima aveva mai collegato il nome di Hamnet a quello di Amleto, l’opera scritta da Shakespeare quattro – cinque anni dopo la morte del figlio. Will, critico nei confronti del conformismo fine XVI secolo, è attratto dall’atteggiamento anticonformista e selvaggio di Agnes, raccoglitrice di erbe e guaritrice.
Ma nonostante i tragici eventi il mélo della Zhao non emoziona fino in fondo.

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Un’altra importante figura femminile nel film è Mary (la mamma di Will), impersonata da Emily Watson, prima suocera ostile e poi alleata di Agnes. In proposito l’attrice racconta: “Quando sono diventata attrice, il mio primo lavoro è stato alla Royal Shakespeare Company, dove ho incontrato mio marito, nato a Stratford upon Avon. Quindi, ho un legame personale con questa storia. Tocca la mia vita in molti modi. Shakespeare mi ha in un certo senso salvata. È stato grazie a lui che ho iniziato la mia carriera di attrice, trovando la mia strada nella vita”.
La ricostruzione del Globe Theatre, così come si presentava all’epoca di Shakespeare, e del suo pubblico, è stata meticolosa e stupefacente. Gente di tutte le estrazioni sociali che stava assiepata in piedi sotto il palco per assistere all’opera del Bardo.