Anoushka Shankar al Festival dei Due Mondi
A Spoleto, in piazza Duomo, la regina del sitar è stata protagonista di una notte magica

Spoleto, 3 luglio 2025. Cosa desiderare di più per una notte sotto le stelle? Una suggestiva location come poche (piazza Duomo a Spoleto), le note ancestrali e fiabesche del sitar e la sua sublime interprete: Anoushka Shankar. Il sitar, a 18 corde, è un importante strumento della musica classica indiana che deriva dal setar iraniano. È un cordofono, compagno della lira e della cetra, con una polifonia timbrica che produce infinite sfumature. Per suonarlo serve un plettro di metallo (mizrab), posizionato sull’indice della mano destra, per pizzicare con precisione le corde. Il sitar, come abbiamo visto nel concerto della Shankar, richiede continui interventi di accordatura.

Anoushka ascoltava il sitar ancora prima di nascere e ha iniziato a studiarlo a nove anni seguendo le orme del padre. La regina del sitar, figlia del leggendario Pandit Ravi Shankar, ha realizzato il suo primo album, Anoushka (1998) quando non era ancora maggiorenne. Ha debuttato a New Delhi a tredici anni per poi suonare insieme al padre sui palcoscenici di tutto il mondo. Nella sua carriera folgorante è stata la prima donna indiana a esibirsi e a presentare i Grammy Awards, collezionando undici nomination. Tra le sue collaborazioni basti citare famosi artisti come Nina Simone, Herbie Hancock, Sting, Madonna, Elton John e Peter Gabriel. Ospitata nelle più prestigiose sale da concerto (Carnegie Hall di New York, il Barbican Centre di Londra e Salle Pleyel di Parigi) ha deliziato la piazza del Duomo a Spoleto.

Tra le sue collaborazioni anche quella con la sorellastra Norah Jones, presente in tre brani dell’album Traces of You (2013). Lo stile di Anoushka Shankar è poliedrico, fatto di contaminazioni culturali e percorre le vie della sperimentazione. Un periodo particolarmente creativo è stato quello di collaborazione con la Deutsche Grammophon con la produzione di diversi CD tra cui Traveller in cui ha esplorato la relazione tra musica classica indiana e il flamenco spagnolo. Ha scritto già la sua autobiografia, dedicata al padre: Bapi: the love of my life. Oltre che musicista e compositrice Shankar è anche un’attivista, sostenitrice del dialogo interculturale e dei diritti delle donne in India. Il suo album Land of Gold (2016) è la sua personale risposta alla tragedia umanitaria di chi fugge dalle guerre e dalla povertà.

La sua musica rivela un’apertura verso tutti i generi: pop, rock, blues, soul, country e folk. Riesce a porre in relazioni suggestive musica indiana e groove ipnotici. Recentemente la sitarista ha composto l’ultimo capitolo di una trilogia di mini album: Chapter I: Foreever, For Now (2023), Chapter II: How Dark It Is Before Dawn (2024) e Chapter III: We Return To Light. La trilogia è un viaggio musicale in “tre capitoli in tre geografie” sul rapporto tra la luce e il buio.

A Spoleto uno straordinario trio ha arricchito il suo repertorio con un sound dinamico e multiforme. Ha accompagnato Anoushka Shankar: Arun Ghosh al clarinetto e alle tastiere (due volte insignito del titolo di Jazz Instrumentalist of the Year al Paliamentary Jazz Awards), Tom Farmer (miglior artista jazz con il Mobo Award 2010) al contrabbasso e Sarathy Korwar (cresciuto a Londra da madre italiana e padre pakistano) alla batteria e percussioni. La Shankar ha presentato il suo album Chapter III: We Return To Light, terzo e ultimo della trilogia: i suoni raga indiani hanno dialogato con ritmi in loop, texture ambientali e groove ipnotici. Un viaggio che conduce fino alla luce del mattino, un inno al cambiamento, all’ottimismo.

L’idea della trilogia dei Chapter è venuta alla compositrice in un caffè di Goa un paio di anni fa. Frutto di riflessioni sull’influenza del luogo e sul momento che stava vivendo. Si è domandata come rappresentare attraverso la musica il dolore di alcune esperienze e il processo di guarigione. I tre Chapter intendono rappresentare i momenti della giornata: una sera dorata in Chapter I: Forever, For Now, una notte buia in Chapter II: How Dark it is Before Dawn, prima di emergere alla luce del sole di un nuovo mattino in Chapter III: We Return to Light. Questo suo ultimo album
richiama gli echi ancestrali della sua musica da cui emergono al tempo stesso le moderne sonorità indiane.

All’inizio è difficile chiudere gli occhi alle stelle e ai bagliori dorati del mosaico della facciata del Duomo ma appena li chiudi, e ti lasci trasportare dalla musica, l’anima vola e come in un sogno sembra partecipare al rito di un ritorno all’amore e all’armonia universale. Perché la musica non conosce confini e unisce popoli, culture e anime. Nell’aria si diffondono nuances jazz e rock, con tocchi di elettronica. Il contrabbasso di Farmer accompagna il viaggio onirico del sitar della musicista mentre il clarinetto di Arun Ghosh fluttua nell’aria. Per una notte il Duomo è diventato il tempio della musica, dove gli spettatori in estasi hanno sentito vibrare le note sotto la pelle e sono stati trasportati in un viaggio di bellezza e armonie. La musica di Anoushka Shankar va oltre la sua indubbia abilità tecnica, ipnotizza.