“Amaracmand”, mi raccomando andate a Cesena
Cesena e dintorni, cosa vedere e soprattutto cosa gustare
INDICE: Centro storico – Biblioteca Malatestiana – Chiesa di Sant’Andrea in Diolaguardia – Castello di Sorrivoli – I Vini Amaracmand
Centro storico
Cesena. Destinazione meno rinomata, ma non per questo meno affascinante, è a pochi chilometri dalla più famosa riviera romagnola. La sua fondazione risale al III sec. a.C. Nel XIV secolo diventa signoria con i Malatesta che la governano fino al 1465 per passare in seguito sotto lo Stato Pontificio. Anche oggi è dominata dalla Rocca Malatestiana (a base esagonale) e dalle sue mura era possibile controllare il territorio circostante. Il complesso è costituito dalla Corte; due torri (Mastio e Palatium) e da corridoi e piccole stanze, Camminamenti interni. Dagli spalti panoramici si gode la vista sulla città.

La Rocca Malatestiana ospita il Museo di Storia dell’Agricoltura e uno spazio dedicato ai reperti del periodo malatestiano e rinascimentale. L’accogliente Piazza del Popolo (voluta da Andrea Malatesta), con la Fontana Masini, è un ottimo punto di partenza da cui iniziare la visita. L’incantevole centro storico, fatto di portici e case colorate, è a misura d’uomo, da “gustare” a piedi. Ma prima entriamo in un Tempio della Cultura, un patrimonio architettonico e librario unico che attira molti visitatori da tutto il mondo.
Biblioteca Malatestiana
È l’unica biblioteca umanistico-rinascimentale che è arrivata a noi perfettamente conservata, sia a livello di struttura sia di arredo, che di patrimonio librario. Per tali motivi è patrimonio UNESCO, inserita nello speciale registro delle Mémoire du Monde (2005). Novello Malatesta (1418 – 1465), signore della città, decise di lasciare la biblioteca, non al convento, bensì alla città di Cesena e pretese che a controllarla fossero appunto le autorità pubbliche. Infatti è considerata la prima biblioteca civica europea. Già dal 1461 il consiglio comunale faceva eseguire ogni due mesi un rigoroso controllo dei codici.
Voluta da Novello Malatesta, costruita dall’architetto Matteo Nuti, fu inaugurata il 15 agosto 1454, come riportato sull’elegante porta intagliata, in noce, realizzata da Cristoforo da San Giovanni in Persiceto. La porta è dotata di una doppia serratura perché i manoscritti erano un “tesoro”, il valore di uno equivaleva a due – tre poderi. Una chiave muoveva il meccanismo in orizzontale e l’altra in verticale.

Sui capitelli delle lesene sono riportati i simboli araldici della grata, delle tre teste e della scacchiera. Questi simboli araldici sono riportati anche sui lati dei banchi in legno di pino in cui sono conservati di codici. Sul timpano del portale sta lo stemma dell’elefante, di Agostino di Duccio, simbolo di forza e potenza. Era l’emblema della famiglia Malatesta, con il motto: “L’elefante indiano non teme le zanzare”, come a dire che le persone grandi non si curano dei fastidî recati da quelle piccole. Lo stesso elefante è presente nel Tempio Malatestiano di Rimini (come sostegno del sepolcro di Isotta degli Atti) voluto dal fratello di Novello, Sigismondo, il cui scultore era Agostino di Duccio. L’elefante lo si trova come cimiero di elmi.

Lo stemma parlante dello scudo con le tre “malateste” è riferibile al nome della famiglia. Varcata la soglia si ha la sensazione di entrare in una Basilica della Conoscenza. Un luogo carico di energia, di emozioni, altamente spirituale. Non a caso la Sala ha un impianto sacro, basilicale, è a tre navate, con volta a botte quella centrale, e a crociera le due laterali. La sala è illuminata da 44 finestrelle laterali e da un rosone sulla parete di fondo. L’illuminazione era importante in quanto era proibito accendere candele per evitare incendi. Tutto: l’architettura, i banchi, i volumi e gli arredi sono gli stessi di più di cinquecento anni fa. Nelle due navate laterali sono i disposti i banchi di lettura (ventinove per lato) nei quali sono incatenati 340 manoscritti con catene in ferro battuto. Sono tutti in fine pergamena e riccamente miniati.

La Sala non era affrescata per non distogliere l’attenzione degli studiosi. I banchi erano dotati di un piano inclinato che serviva da leggio. In questa sala, che non era uno scriptorium, non si scriveva. Nel piano inferiore venivano conservati i manoscritti che sono ancora oggi quelli originali, incatenati con la catena originale del Quattrocento e sono messi in orizzontale come si usava nel Medioevo. Ogni pluteo ne conteneva cinque ed erano suddivisi per materia. La loro copertina è una tavola di legno, ricoperta di cuoio con borchie in ferro e le pagine sono in pergamena (pelle di capra, pecora o capretto).

Il microclima della biblioteca è ideale per la conservazione dei manoscritti in quanto la temperatura, al variare delle stagioni, cambia gradualmente e l’umidità è costante, elemento fondamentale per conservare la pergamena e mantenere la pelle morbida. I banchi, originali, sono fatti con un legno ricco di resina e per questo non viene attaccato dai tarli. La biblioteca è stata costruita con materiali locali, di facile reperibilità e neppure particolarmente costosi. Anche perché Novello aveva già speso una fortuna per collezionare i manoscritti. Poteva vantare un laboratorio che produsse in un ventennio 126 codici. Per la loro realizzazione furono uccisi 10.000 capretti in quanto Novello prediligeva la pergamena di capretto. Nella prima pagina faceva apporre il proprio stemma e le iniziali M N in oro o altri colori, dentro un campo a foglia d’oro.

Proprio nel 1454 veniva alla luce il primo libro stampato in Europa: la Bibbia di Gutenberg. Nella seconda metà del Quattrocento non sono più soltanto i frati o i monaci a copiare ma anche notai e avvocati. L’amanuense più produttivo per Novello fu un notaio francese Jean d’Epinal. Nel patrimonio del fondo conventuale ci sono codici di cui quello più antico è l’Etymologiae di Isidoro di Siviglia (Sant’Isidoro) del IX secolo. I manoscritti malatestiani sono 343 e sono tutti digitalizzati, per cui sono accessibili online. Sono confluite nella Biblioteca tre collezioni diverse, tra cui quella che apparteneva già i frati del convento che avevano una piccola biblioteca, quella di Novello e la collezione del suo medico Giovanni di Marco, grande umanista che alla sua morte lasciò 118 manoscritti alla Biblioteca. Nel 1466 il Comune ottenne una bolla di scomunica per chiunque asportasse i codici.

I codici sono scritti prevalentemente in latino, 14 in greco e 7 sono scritti in ebraico (non miniati). Probabilmente questi ultimi furono un dono della comunità ebraica ai Malatesta, con cui i rapporti sono sempre stati molto buoni. Nelle teche sono esposti, a turno, sempre due manoscritti che vengono sostituiti ogni mese. Uno dei manoscritti più importanti e ammirati, per le sue miniature artistiche, è il De civitate Dei di Sant’Agostino, commissionato da Novello a Jacopo della Pergola. All’arrivo di Napoleone i consiglieri comunali svuotarono la biblioteca e murarono tutto in un altro convento. I francesi imbiancarono le pareti per disinfettare così che la biblioteca rimase imbiancata fino al 1925 quando è stati ripristinato l’antico intonaco su cui sono emerse più di 200 iscrizioni.

Nell’estate del 1502 venne a Cesena anche Leonardo da Vinci chiamato dal Valentino. L’artista visitava tutte le biblioteche ma non ci sono i registri e in quel periodo ci fu un’inondazione come quella che c’è stata nel 2023. Il Savio esondò e uccise circa una decina di contadini cosicché andarono dal genio a chiedere un progetto. Lui lo realizzò in una notte e da allora è l’unico tratto sicuro del fiume Savio.
Nel Salone di fronte alla Malatestiana si conserva la biblioteca Piana, collezione privata di Pio VII, fu poi venduta dagli eredi allo Stato italiano. Vanta 5.500 volumi a stampa dal XV al XIX secolo e un centinaio di manoscritti, miniati, in pergamena e in carta. Sono conservati anche sette volumi liturgici riccamente miniati, più un prezioso antifonario, commissionati dal cardinale Bessarione. Oggi è ospitata anche la collezione Comandini. Ma il libro a stampa più curioso è la riproduzione di una lettera di Galileo Galilei a Cristina di Lorena che è il più piccolo del mondo leggibile senza lente (15 x 9 mm, 206 pagine, 1897).
Chiesa di Sant’Andrea in Diolaguardia
Il porto Marittimo della città, Cesenatico, non sarebbe altro che il porto della città di Cesena che prima era collegato con un canale alla città. Il canale c’è ancora ma non è più navigabile. Fino al 1600 la Romagna era un enorme area palustre e navigabile fino a Bologna. Poi sono state fatte le bonifiche, Ferrara era un porto vero e proprio. L’imbarcazione tipica era la “battana”, così chiamata perché batte sull’onda e ha il fondo piatto, una barca palustre di mare. Questa è una zona deputata alla coltivazione delle pesche e delle olive (famoso l’olio faentino e l’ottimo di Brisighella). Un territorio ricco di biodiversità con boschi e colline di 300 metri (a dieci chilometri da Cesena) solcato dal Savio.

Il territorio si giova del clima marittimo dell’Adriatico. Tutti i pomeriggi alle 14:30 (da maggio a settembre) si alza lo Scirocco, porta umidità e salinità alla terra. Un’aria salmastra che ha permesso di conservare i tessuti di 2000 anni fa. I vigneti sono a pochi chilometri dal mare.
Con la Pieve il parroco portava il culto e la cura delle anime in una zona remota ma serviva anche a livello amministrativo. La pianta della Pieve ha un rapporto che è molto vicino a quello aureo dei templi romani. Sono state ritrovate durante gli scavi archeologici, sotto la pavimentazione, delle monete romane.

Per questo si ipotizza che al di sotto della chiesa ci fosse un tempio romano su cui la chiesa è stata edificata. Questa è la Pieve di Sant’Andrea in Diolaguardia. Qui, come a Rimini, è presente la pietra rosa di Verona, che si trova anche nell’arco di Augusto. La pavimentazione originale è stata eliminata e quella attuale è stata donata da Roberto Benigni. Mentre sono originali, del Settecento, il quadro e il Cristo del crocifisso.
Castello di Sorrivoli

Il V secolo d.C. è stato sconvolto da guerre. Il mondo sembrava tornato ai primordi. L’area intorno al castello era sotto la denominazione della chiesa di Ravenna e il castello faceva parte dei suoi possedimenti. Il castello di Sorrivoli, che sorge sulla sponda sinistra del fiume Rubicone, conserva al suo interno tutti gli elementi tipici delle rocche romagnole. Ha forma rettangolare, con ai lati quattro bastioni quadrati. Ora si accede al castello da un piccolo ponte in muratura che ha sostituito l’originale ponte levatoio. Oltrepassato l’austero portone si accede all’ampia corte interna da cui è possibile ammirare un incantevole panorama sulle colline circostanti. Sembra che il tempo si sia fermato e che fuori del castello hai lasciato ogni fatica. Una cena lì al tramonto, avvolti in una magica atmosfera, è un regalo della vita.

Uno sperone di roccia è stato livellato per costruire la parte più antica della Torre e un palazzo adiacente. In passato il castello è stato assediato. La popolazione del borgo abitava al suo interno per difendersi dai barbari. Le prime notizie del castello risalgono all’anno mille. Sotto il controllo degli Arcivescovi di Ravenna, nel 970 viene concesso in feudo a Rodolfo conte di Rimini. Nel XII secolo, con l’ascesa al potere dei Malatesta (Guelfi) anche il castello di Sorrivoli passa sotto il controllo di questa famiglia. Ma nel 1290 viene nuovamente attribuito all’arcivescovado di Ravenna. Nel 1371, periodo del censimento del cardinale Anglico Sorrivoli risultava essere un possedimento della Chiesa Ravennate. Nel XV secolo passa ai Roverella di Cesena fino all’estinzione della casata. Dopo la Seconda Guerra mondiale diventa di proprietà della Curia.

Il parroco vive nel castello e “convive”, dal 2010, con una realtà virtuosa: la Cooperativa Sociale Terra dei Miti che gestisce La Trattoria del Castello. La loro mission, oltre a preparare buoni piatti a prezzi competitivi, è quella di creare dei nuovi posti di lavoro, soprattutto a favore di chi, per problemi di vario tipo, avrebbe avuto difficoltà a trovare un posto di lavoro sicuro e onesto. La trattoria non ha scopo di lucro, è una O.N.L.U.S., gli introiti vengono reinvestiti nel Castello e utilizzati per i contratti di lavoro. Per questo ci sono molti volontari. Vengono preparati appetitosi cibi di stagione e, per quanto possibile, prodotti locali a Km zero; i loro primi sono fatti a mano come da tradizione.

La Trattoria del Castello è una realtà virtuosa, dedita al sociale, e ciò che meraviglia in questa zona è lo spirito di comunità che non esiste più nelle grandi città e che dovrebbe essere preservato come patrimonio dell’umanità.
I Vini Amaracmand
I buoni vini si fanno in vigna: terreni poco lavorati con mezzi meccanici per non inquinare e indurire il terreno, vigneti sani, un territorio con una ricca biodiversità e una cantina biologica all’avanguardia per avere il massimo rispetto della nobile materia prima. Ma soprattutto una squadra affiatata, una piccola comunità, con un idem sentire etico improntato a una sostenibilità ambientale ed etica che lavora in armonia. Tutto questo lo potete gustare, rintracciare in un calice dei vini Amaracmand. Vi racconto perché mi hanno conquistato. Innanzi tutto il nome che sembra quello di una pozione magica. Così racconta Marco Vianello, che insieme alla moglie Tiziana Matteucci, appena nel 2012 ha iniziato l’avventura, rilevando un vigneto di circa 6 ettari e condividendo il progetto con il cugino Damiano: “l’ho chiamata in onore di mia nonna che quando da giovane uscivo, era solita dirmelo: ‘Amaracmaaaand fa e breeev’ (mi raccomando fa il bravo)”.

I vigneti, in regime biologico, sono protetti da 10 ettari di bosco, un autentico polmone bio. Le operazioni di potatura, stralcio e vendemmia sono tutte fatte a mano. I vigneti crescono su un terreno antico, emerso dal mare milioni di anni fa (ancora oggi il mare è a pochi chilometri). Nell’Ottocento c’era l’antica Fattoria del paese di Sorrivoli che serviva al sostentamento della comunità circostante.
Il vigneto abbandonato è stato recuperato. Nel tempo sono stati acquisiti altri 7/8 ettari, terreni dichiarati incontaminati e quindi ideali per la vinificazione naturale. Nel nuovo terreno sono stati trovati un vecchio vigneto di Sangiovese e di Albana. Dal vecchio vigneto del 1964 sono state prelevate le marze per i successivi impianti: Sangiovese a piede franco (1963) e Albana lunga varietà locale (1963).

La cantina, ben integrata nel territorio tanto da essere quasi invisibile, è stata ultimata nel 2020 e nel 2021 è iniziata la vinificazione. Al suo interno la tecnologia d’avanguardia di cui è dotata è improntata alla sostenibilità ambientale e lavorativa dei collaboratori. Ci sono purificatori aria AEROCIDE brevettati dalla NASA, che la privano di muffe e batteri contaminanti, così che è possibile evitare sterilizzazioni a base di prodotti nocivi per l’ambiente. Gran parte dell’autonomia energetica è garantita dai pannelli fotovoltaici. In questa cantina ogni strumento utilizzato col vino, al termine dell’operazione, viene lavato e sanitizzato prima di iniziare una nuova lavorazione.

Vitigni e vendemmie. Per i vini bianchi hanno rispettato i vitigni che hanno trovato sul posto: Trebbiano della fiamma, il Pagadebit, Bombino bianco, Grechetto gentile e Albana (vigneto del 1964, tipico della Romagna). Il Trebbiano della fiamma, per esempio, conferisce al Madame Titì un corpo non indifferente. Non privilegiano il monovitigno perché c’è l’esigenza di fare raccolte scaglionate in base al grado di maturazione delle uve. Dopo la vendemmia delle uve bianche si passa a quella per i rossi: prima per il Perimea e poi la raccolta delle uve per l’Imperfetto. L’azienda ha scelto di contare su un gruppo contenuto di personale.

Fa piacere vedere l’uso di piante per proteggere i vigneti. Si vede nei sottofila la sulla, dai fiori rossi. che ha una funzione di irrigazione passiva. Nelle estati torride le sue radici rilasciano acqua nel terreno dando un contributo all’irrigazione della vite.
Il vino – racconta Antonino Zappulla (l’enologo) – “è lui che mi comunica quello che devo fare, sento la feccia, sento il vino e decido il da farsi”. Il bianco è l’unico che si tiene al freddo mentre i rossi stanno a temperatura ambiente. Il minimo comune denominatore dei loro vini è la mineralità, a cui contribuisce l’argilla blu di cui è ricco il terreno.

Madame Titì 2022 Igt Bianco Rubicone spumante Brut Nature Bio
L’etichetta è seducente quanto il nome che racconta una storia d’amore: il vino che Marco Vianello ha dedicato a sua moglie Tiziana. Tra gli obiettivi dei Vianello c’era quello di fare un bianco a basso contenuto di solfiti, elegante e con un’acidità non troppo tagliente. Una vera sfida che ha richiesto anni di ricerca sui vitigni locali per arrivare a questa bollicina equilibrata e non banale. Due basi vinificate separatamente. Una parte viene affinata in legno e una parte in acciaio A vinificazione ultimata viene creato il blend. La bollicina è ottenuta da rifermentazione spontanea assistita con metodo charmat (in autoclave). Non viene aggiunto saccarosio e la vinificazione rientra nell’ambito dei vini biologici. Il blend è ottenuto con Bombino bianco (85%), Grechetto Gentile, Albana e Trebbiano della fiamma.

Il suo colore dorato è dovuto all’assenza di solfiti, nel tempo tende leggermente a ossidarsi. Al naso un ricco bouquet di fiori (ginestra) e frutta gialla, ananas, mela matura, ma anche la dolcezza del caramello, cannella e nota amaricante. Perlage fine, sorso fresco, piacevole, agrumato, leggermente sapido, sentore di mandorla amara che lascia la bocca pulita, asciutta.

La denominazione Rubicone deriva da uno dei fiumi storicamente più famosi che segnava il confine con la Gallia. Fu Cesare a renderlo celebre nel 49 a.C. decidendo di varcarlo iniziando così la sua discesa su Roma (a nessun magistrato a capo di un esercito era permesso di farlo senza l’autorizzazione del senato). Famose le parole di Cesare in quell’occasione, che si usano ancora oggi: “il dado è tratto” (Iacta alĕa est). Il gesto di “passare il Rubicone” indica così il passaggio a un’altra epoca, da cui non si torna indietro. Con questo nome identitario l’azienda intende indicare il suo passaggio verso un’impresa “impregnata di una scelta privilegiata per la natura che investe a 360° la produzione viticola ed enologica nonché la vita di tutti i… collaboratori”.

Perimea 2023 IGT Sangiovese Rubicone bio è un cru, (proveniente da un unico vigneto) a cordone speronato. Fermentazione naturale ponendo sul cappello le uve fresche intere (10%), le migliori della Tenuta “Cantina Vecchia”. Invece dei lieviti selezionati Amaracmand sta recuperando l’uso dei lieviti indigeni presenti sulle bucce per mantenere l’identità e la personalità del vino, che si ritrova poi nel calice. Tannini più morbidi rispetto a quelli delle fermentazioni con lieviti commerciali. Riposa in vasche di acciaio per circa 6 mesi. Un Sangiovese in purezza dalle note erbacee, leggero, ma non scontato. Il suo colore è più carico se confrontato con altri Sangiovese. Colore rubino-granato. balsamico con note floreali (violette). Sentori di frutti neri, mirtilli, marasche e speziatura di cannella. Fresco, buona struttura con una trama tannica elegante. Un vino equilibrato, piacevole, con una buona persistenza.

Imperfetto 2022 IGT Sangiovese Rubicone bio. “Nessun vino è perfetto quindi nemmeno i migliori lo sono. Sono le loro imperfezioni a renderli unici, è l’imperfezione che crea lo stile”. Sangiovese minimo 85%, per il resto uve internazionali: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante. Dopo una selezione manuale dei chicchi di uva si procede alla spremitura. Il mosto riposa sulle bucce almeno 10 giorni, poi in vasche di acciaio per due mesi e minimo 6 mesi in tonneau di rovere francese. Infine riposa sei mesi di bottiglia prima di andare in commercio. Il 2022 è stato imbottigliato a maggio 2024. Colore rubino denso, impenetrabile, riflessi violacei. Profumi di frutti rossi, ciliegia. In bocca polposo, suadente, marmellata di frutti di bosco, gelso, radice di liquirizia, leggermente balsamico e con lievi sentori di vaniglia, tannini vellutati, finale lungo.

Libumio 2024 – Rubicone bianco Igt. A sorpresa, in degustazione, l’ultimo nato dell’azienda. Bombino bianco (85%) con la restante parte di uve incrocio Manzoni, Grechetto gentile e Trebbiano della fiamma, Mancava un vino bianco fermo nella linea aziendale, espressione del territorio. Terreno con arenaria, zolfo e argilla blu. Colore paglierino, limpido, cristallino. Al naso profumi di fiori e frutti bianchi. Al palato fruttato, mela e sentori agrumati, lieve acidità e sapidità. Freschezza, mineralità e piacevolezza.

Ma a Cesena è bontà a oltranza, nella migliore tradizione romagnola. Merita una sosta Il Brodino, pastificio locale all’insegna della tradizione. I suoi rinomati Cappelletti in brodo resteranno nella vostra memoria. Non temono il caldo, in estate vengono serviti con cubetti di brodo ghiacciato, raffinatezza d’antan, e il loro profumo ne preannuncia l’arrivo al tavolo.

Il bar-gelateria Babbi è un elegante locale storico in pieno centro a Cesena. Le sue varietà di gelato sono un’occasione per una sosta golosa.

Per il soggiorno, considerato il bel paesaggio verde collinare dei dintorni di Cesena, si consiglia un agriturismo. L’Agriturismo Le Spighe Fattoria Bertaccini, a pochi chilometri da Cesena, è un rifugio dell’anima. Buona accoglienza e un giardino ricco di piante e fiori dove sentire profumi e rilassarsi.

Nell’agriturismo è possibile mangiare prodotti locali e di produzione propria. Pasti salutari, menù tradizionale e spazi accoglienti per far giocare i bambini, che potranno vedere gli animali della fattoria.

Informazioni
COSA VEDERE
Biblioteca Malatestiana
Indirizzo: Piazza Maurizio Bufalini, N°1 Cesena
Data di apertura: 1452
Provincia: Provincia di Forlì-Cesena
Telefono: 0547 610892
Email: malatestiana@comune.cesena.fc.it
Rocca Malatestiana
Gli orari variano secondo le sstagioni. Per informazioni aggiornate visitare la pagina:
http://roccacesena.it/visite-guidate-rocca-cesena
Qui l’elenco degli eventi estivi nella Rocca:
http://roccacesena.it/programma-rocca-cesena
Tel: 3668274626
e-mail: info@roccacesena.it
COSA GUSTARE
Amaracmand
Indirizzo: Strada Provinciale Sorrivoli n°30, Roncofreddo (FC)
tel. +39 0547 326277
mob. +39 339 2437627
Email: info@amaracmand.com
Brodino
Via Fra Michelino 56, Cesena
Telefono: 0547 482821
Email: info@brodinopastificio.com
le specialità della cucina locale (tra cui la menzione d’onore va ai cappelletti – pasta all’uovo ripiena che si mangia principalmente in brodo)
un pastificio dal concept moderno ma senza tradire la tradizione. Il risultato è un piccolo locale dietro Piazza del Popolo, molto gettonato e alla moda, in cui poter comprare la pasta fresca e/o fermarsi a mangiarla in loco. Occhio però che ci sono pochi posti a sedere e vanno più che a ruba, è quindi raccomandatissimo prenotare.
Gelateria Babbi
Indirizzo: Corso Giuseppe Mazzini, 3
Telefono: 0547.28544 / 334.9445218
Trattoria Al Castello di Sorrivoli
Indirizzo: Via del Castello 55, Sorrivoli, Italy
Telefono: 0547 326035
Email: terradeimiti@gmail.com
DOVE DORMIRE
Agriturismo Le Spighe Fattoria Bertaccini
via Peschiera 155 Sorrivoli di Roncofreddo FC
Telefono 0547 326075 – 0547 1932066